Uno dice: parto.

 

Uno dice: parto.
E allora se l’è andata a cercare: le facce dubbiose o ammirate, le infinite domande sul dove il quando e il perché, le frasi di circostanza, tutto.
La cosa, nel mio caso, va più o meno così:
– Parto, sai. A ottobre. Sto via un po’.
– Un po’ quanto?
– Mah, un annetto. Poi non lo so. Siamo io e mia moglie, dipende quando finiscono i soldi. Sono pochi, i soldi.
– Ah, però. Ma dove vai?
– Ehm. Allora. All’inizio negli Stati Uniti, ci sono delle persone che ci ospitano. Poi giù nel Sud America.
– Il Sud America è grande.
– Sì, lo so. Andiamo un po’ in giro, qualche mese.
– Bello! Così, senza regole! Poi?
– In Nuova Zelanda. O a casa con la coda fra le gambe, se i soldi finiscono prima.
– Pazzi! E com’è che vi è venuta in mente una cosa così?
– …
Insomma, sono a disagio. Non so molto di quel che farò.
E’ che mi pare pesino delle aspettative su tutta questa storia. A volte mi sento come quei migranti che vanno in cerca di fortuna e non possono permettersi di tornare poveri come prima, pena il disprezzo per aver sprecato un’occasione. Ma io vado solo a fare un giretto, una vacanza. Magari un po’ piu’ lunga del solito.
Eppure, se dicessi che non mi aspetto niente, sarebbe una bugia. “Riempiti gli occhi”, qualcuno mi ha detto nel salutarmi. E’ quel che faro’.
Poi, mi permetto di far notare una cosa: c’è chi si fa il culo e paga dieci anni di rate per una Mercedes o qualche altra lamiera e nessuno dice beh. Io metto i due soldi che ho in un biglietto aereo: che c’è di strano? Che poi, comunque, anche potendo, preferisco le BMW.
Uno dice: parto. Io domani parto, e tant’è.
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