Del nostro regime alimentare

L’insegna dice Hosteria Angel. Dentro il posto è buio e non ha nulla di diverso dall’officina del fabbro dall’altro lato della strada, o dal garage del meccanico. Pavimento e pareti, fino all’altezza dei tavoli, sono rosso mattone mentre il resto del muro e il soffitto sono giallo ocra. Pochi tavoli in fila lungo il muro e una radio portatile, su un tavolino in fondo, che trasmette l’Anna Tatangelo locale.
Oggi ci fermiamo qui e ci sediamo pure, come i signori. Come la gente normale. Ci attirano i pentoloni fumanti all’ingresso (qui si cucina sulla soglia, quale miglior menu?) e il profumo di carne alla griglia. Abbiamo un’idea precisa in testa: la pechuga empanizada. Una bistecca impanata, praticamente, con patate fritte e riso. Una meraviglia, davvero. L’ultima volta che siamo stati qui ho mangiato una coscia di pollo in brodo piccante che ancora me la sogno la notte (per quanto era buona, e per quanto era piccante).
Da quando siamo qui la musica è cambiata, e non mi riferisco alla Tatangelo al posto del Jazz. Negli Stati Uniti seguivamo due tipi di dieta: quando avevamo una casa in cui stare, facevamo la nostra povera spesa (vabbé, niente Barilla e niente Parmigiano; niente verdure, che costavano un occhio; niente carne rossa… Ma tutto sommato c’era roba dignitosa). Facevamo la spesa, dicevo, e cucinavamo cose più o meno sane: pasta, pollo, risotti, pizze. Quando invece eravamo fuori la faccenda era più tragica e più comica. C’era poco da scherzare: ti distraevi un attimo dietro alla voglia di un caffè e partivano dieci dollari. Quindi eravamo fissi da Mac, affezionati al dollar menù: due cheesburger e il pasto era fatto, con due dollari più le tasse. L’acqua, ce l’avevamo nello zaino. Quando proprio la fame non ci lasciava in pace, davamo il colpo di grazia con due ciambelle di Dunkin Donats (sempre per un dollaro ciascuna) e via.
Qui in Messico ci possiamo rilassare un po’. Per la cena facciamo sempre la nostra povera spesa al mercato del quartiere (non più da Dominick’s), mentre per il pranzo spesso ci concediamo le tante bontà che Puebla offre, ad ogni angolo di strada, più o meno al prezzo del cheesburger di cui sopra. Due giorni fa, tanto per dirne una, qui sotto casa abbiamo mangiato due cemitas con milaneza, che consistono più o meno in questo: una bistecca impanata, papaia, peperoncino, formaggio fuso, patate fritte, cipolla e salsa piccante. Il tutto tra due fette di pane locale, la cemita, appunto (altro che Big Mac). Eravamo estasiati, nonostante all’inizio ci fosse sembrata una porcheria. Tutt’altro!
Più spesso ci fermiamo in uno dei tanti baracchini a mangiare tacos o cemitas con arabe, che è una specialità di qui e somiglia molto al Kebab (la carne ha un sapore simile ed è cotta allo stesso modo).
Dove vai vai, qui a Puebla, c’è sempre qualche griglia che frigge, qualche pollo arrosto che gira e ti chiama per nome e ti dice vieni, dico a te, vieni.

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