Via dalla città

Le acque de Las Brisas
Questa mattina ci siamo svegliati in un alberghetto di Cuetzalán, un paesino di strade lastricate e scoscese che conta, tra le altre cose, una cattedrale, un ostello e un bordello (se lo so è solo perchè il proprietario, titolare anche delle pompe funebri di rimpetto, in ciabatte fuori dalla porta del locale, ha scambiato due parole con noi a proposito delle imminenti elezioni messicane… Ci ha anche offerto una birra ora che ci penso. E ci ha invitati a entrare, così nel mezzo del discorso. Va beh.)
Ci siamo svegliati, dicevo, e di buon ora: Las Brisas ci aspettavano. Non so perchè il nome sia al plurale, visto che si tratta di una cascatella che si tuffa in acque verde scuro, in mezzo ai monti dove non c’è nessuno. Tutto il contrario dei colori aridi che solo ieri avevamo intorno, alle rovine di Cantona.
Ma arriva adesso il momento che aspettavo.
La Sierra Madre. Come gli Appennini in un ingrandimento in scala 3:1.
Abbiamo viaggiato per ore (sei ore) sballottati dentro ai Nissan Vanette, seguendo un itinerario di coincidenze scritto su un foglietto da un vecchio di Cuetzalán.
L’autista dell’ultimo colectivo che prendiamo ha una camicia verde padania (scusate, la maiuscola non gliela concedo) e traccia traiettorie sull’asfalto degne di un pilota di rally. Ogni tanto si aggrappa alla zampa di capra che pende al centro del parabrezza e aziona una tromba assordante, intima a tutti di fare largo. Ci sa fare il ragazzo, solo che forse non si ricorda che stipati dietro e accanto a lui ci sono una ventina di persone. Ci sono poi casse di verdure e altre mercanzie dall’odore pungente, che le donne riportano a casa dai mercati, ora che la giornata sta finendo. Non immagina che il machete appeso alla cinta del campesino in piedi accanto a me mi sta accarezzando lo stinco, affettuosamente.
Ma lo spettacolo fuori dal finestrino vale la pena. Ci lasciamo portare, fiduciosi che questo sistema di trasporti funzioni e ci riporti a casa. Intorno a noi, donne dai vestiti bianchi dai bordi colorati, parlano una lingua (il náhuatl) fatta di suoni morbidi, di fischi e fruscii; sulla strada incontriamo pascoli immensi con poche bestie, piccoli villaggi, cani magri e malandati.
Poi di nuovo la città, triste e rassicurante allo stesso tempo. Si tratta di Zacatlán, che a quanto ci hanno detto Dianne e Carlos varrebbe la pena visitare. Ma è già buio, e l’ultimo pullman per Puebla è in partenza. Facciamo solo in tempo a farci fare due tacos con chorizo alla stazione, prima di affrontare le ultime tre ore di questa parentesi, questo breve viaggio incastrato nella sosta di un viaggio più grande.

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