Cose che succedono sotto casa (seconda parte)

Alfombra

Il Venerdì Santo la avenida Elena, due corsie per senso di marcia, è chiusa al traffico. Per lunghe ore, fin dal mattino, uomini e donne dalle mani esperte hanno lavorato sotto il sole, chinati sull’asfalto, per disegnare la alfombras, gli enormi tappeti fatti di segatura colorata, fiori o frutta, ricchi di composizioni e decorazioni a volte complesse e dalla precisione impressionante.

I lavori finiscono appena in tempo, si ritirano le assi di legno usate per tracciare le linee rette, le corde, i ponteggi alti venti centimetri usati per poter lavorare al centro dei tappeti senza calpestarli, i secchi con gli avanzi di segatura e tutto il resto. Ed è un po’ come quando il carrozziere tira via lo scotch dai cristalli e dai fanali e rimane l’opera, intonsa e lucente. Ma tra non molto, questione di minuti, tutto sarà spazzato via dalla processione, che calpesterà le minuziose geometrie, e dagli addetti del Comune, che seguono il corteo armati di scope, palette e sacchi, mischiati alle ultime donne velate di nero. Per questa occasione non ci sarà bisogno di bagnare la superficie leggera delle alfombras per difenderla dal vento, perché già ci pensa la pioggia, che con l’avvento dell’estate guatemalteca si fa sempre più spesso viva.
La strada si riempie in fretta di spettatori vestiti di scuro e inizia l’attesa: donne anziane col seggiolino portato da casa si guadagnano la prima fila, venditori di dolci urlano i loro prezzi mostrando l’espositore a tracolla, i bambini si rincorrono e gli adulti discorrono. E là in mezzo ci siamo anche noi due musi bianchi, rispettivamente in braghette corte e con la felpa rossa dei Chicago Bulls.
Passano le andas, enormi tavole in legno massello simili a bare giganti, al di sopra delle quali si trovano delle statue che raffigurano le diverse fasi della Passione di Cristo, portate a spalla da uomini vestiti con tuniche viola o da donne vestite di nero. Queste ultime portano andas più piccole, generalmente dedicate a Maria. Ogni anda è guidata da un coreografo, diciamo così, che dà il segnale di fermarsi o ripartire, gestisce i cambi tra i portatori e dirige l’ondeggiare al ritmo della marcia funebre suonata dalla banda. Seguono ogni carro anche gli “addetti ai cavi”, anche loro vestiti di viola, armati di lunghissimi bastoni le cui estremità somigliano a forche e con i quali sollevano i cavi dell’alta tensione, per evitare che la croce ci si impigli o che Gesù muoia fulminato prima del tempo.
La  più grande delle andas ha le dimensioni di un trasporto eccezionale e per svoltare al semaforo dove siamo appostati noi ha bisogno di un paio di manovre. Affaticato e fiero sotto il suo peso troviamo anche Erick, che per poterci essere ha pagato quindici quetzales. Sopra la “sua” anda è raffigurata la scena in cui Cristo viene deposto dalla croce. Erick è concentrato sulla respirazione, guarda i propri passi e sopporta la fatica, mentre la pioggia gli squaglia il gel e glielo cola sulla faccia. E a me a vederlo viene in mente un ricordo della sua infanzia, che proprio pochi giorni fa mi ha raccontato.
All’età di otto anni se n’era da poco andato di casa, per via delle botte che prendeva dalla nonna, dal cugino e dalla stessa madre. Ma le sorelle maggiori, quando lo trovavano in giro per la città, lo riportavano a casa. E lì di nuovo erano botte e castighi crudeli, come l’obbligo di stare inginocchiato sul mais o cose del genere. Ma in una di queste occasioni sua nonna e sua mamma hanno pensato bene di “crocifiggerlo a una colonna, proprio come Gesù Cristo”, legandolo da dietro con delle corde e lasciandolo lì così. Questo mi viene in mente a vederlo faticare là sotto quel legno pesantissimo, sotto il cristo liberato dai chiodi e, finalmente, tra le braccia di sua madre.
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