Odissea nei Caraibi, capitolo I: L’attesa a Miramar

A Panama City i giorni passano nell’attesa e nella ricerca di un modo per andarcene verso la Colombia. Giorno dopo giorno mi trovo a consegnare sedici dollari al padrone dell’albergo a ore in cui abbiamo l’illusione di esserci sistemati provvisoriamente.
Poi, il quinto giorno, una via d’uscita la troviamo: un piccolo mercantile di legno dal nome Amparo ci porterà da qui a Jaqué, un paese vicino alla frontiera con la Colombia, lungo la costa del Pacifico. Là, sbrigate le pratiche doganali, troveremo una lancia che ci porterà oltre confine. La piccola nave salpa domani e noi siamo ormai in sei: oltre ad Adrian e Ligia (la coppia svizzero-brasiliana) si sono aggiunti un olandese timido e un italiano in moto. Accanto al molo, nel capannone in cui si smistano le merci in partenza e in arrivo, prendiamo accordi col capitano Salvador, un nero dai modi gentili che ci ispira fiducia: quindici ore di navigazione, venticinque dollari per persona; centocinquanta per la moto. Molto bene, appuntamento a domani alle dieci.
Ma ventiquattro ore d’attesa sono molte, abbastanza per nutrire dubbi e raccogliere nuove informazioni: troppe incognite in questo viaggio, troppe variabili fuori controllo. Cosa troveremo una volta sbarcati in Colombia, in un luogo dove non ci sono strade né, probabilmente, altri mezzi di comunicazione? E chi troveremo ad aspettarci una volta scesi dall’Amparo? Durante la notte Adrian, che ha più di cinquant’anni ed ha viaggiato molto in tutto il mondo, ha scartabellato decine di siti e blog ed è dell’idea di lasciar perdere. Anche gli altri non se la sentono. Anche noi rinunciamo. Non tanto per i pericoli legati al narcotraffico o alla guerriglia, quanto perché pare che lungo quella tratta siano diffusi i sequestri-lampo a scopo di estorsione, a danno soprattutto di turisti. Davanti all’ingresso dello stesso molo che solo ieri è stato teatro di sollievo collettivo, ecco che siamo di nuovo punto e a capo. Chi in inglese e chi in spagnolo, ricominciamo a buttar fuori idee alla rinfusa ben sapendo che non saranno praticabili. Sconsolati, Laura e io ce ne torniamo alla nostra pensione-bordello a raccogliere le idee. Ma l’idea dominante è una: andarcene. Basta Panama City. Se la costa del Pacifico non è praticabile (ed è un peccato, dato che siamo diretti in Ecuador), tanto vale andarcene dall’altra parte e vedere che opportunità si aprono. Così torniamo a cercare i nostri amici all’ostello in cui stanno e li salutiamo, promettendogli di fargli avere informazioni dal fronte orientale.
Ed eccoci qui a Miramar, l’ultimo paese raggiunto dalla strada che costeggia la costa atlantica: oltre, tra noi e la Colombia, chilometri e chilometri di selva. Da qui dobbiamo trovare il modo di andare via mare a Puerto Obaldia, l’ultimo paese panamense lungo la costa e da là, fatti i timbri di uscita sui passaporti, dovremo trovare un altro passaggio verso Capurganà, primo centro abitato colombiano.
Don Pablo, un vecchio dalla pelle nera e dai lunghi peli bianchi che gli escono dalle narici, ci ha dato  una stanza che dà direttamente sul molo: dal nostro piccolo terrazzino possiamo vedere tutte imbarcazioni in partenza e in arrivo. “C’è un mercantile in partenza,” dice don Pablo indicando un barcone verde di nome Joselin, “e va proprio a Puerto Obaldia.” Pieno di speranza mi faccio indicare il capitano, che in quel momento sta camminando sul molo verso di noi. Armato del migliore dei sorrisi gli vado a parlare: non ne vuole sapere. “Posso lavorare, caricare e scaricare” gli dico. “Un poco posso anche pagare” aggiungo. Niente. Quasi non mi guarda, continua a camminare per la sua strada come se non fossi che una scocciatura e un tormento, un po’ come a volte capita di fare a certi italiani con i venditori senegalesi nel parcheggio del Brico.
Chiedo a don Pablo se c’è un Internet point nei paraggi, così da avvisare i nostri amici delle scarse novità in nostro possesso. “Eh?” dice lui, e da come mi guarda capisco che non sa di cosa sto parlando. Un ragazzino mi dice poi che l’unico Internet point è a Palenque, il primo paese più a nord, ma che a quest’ora ormai è sicuramente chiuso. Così rimandiamo tutto a domani. Facciamo due passi nel piccolo paese fino alla spiaggia, oltre la baia del molo. Sotto un telone di plastica blu, teso in malo modo a pochi metri dal mare, mangiamo un pesce fritto così buono da far scoppiare il cervello di piacere. Poi ce ne andiamo a dormire.
Il giorno dopo ci alziamo presto e lo Joseline è ancora lì. I suoi marinai continuano a dondolare sulle amache e a sfottersi a vicenda come la sera prima. Iniziamo ad imparare che i tempi della vita di mare sono fatti d’attesa, che una nave in partenza forse partirà domani, forse tra una settimana. Cerchiamo altre possibilità e don Pablo ci propone di andare con la lancia di suo figlio, ma per un prezzo decisamente alto e solo fino alla prima isola dei Caraibi, ben lontana dalla nostra destinazione. “I prezzi della benzina sono alti” dice. “Con questi soldi appena mi pago il carburante” dice. “Vedete un po’ voi ragazzi.”
Verso le nove prendiamo il bus e andiamo a Palenque, in cerca dell’Internet point. Nelle strade di terra battuta che passano tra le case tutto sembra muoversi al rallentatore e i pochi rumori sembrano riverberarsi nell’aria ferma e soffocante, così umida che ci si appiccica addosso come grasso di pollo. L’Internet point è una casa uguale alle altre, però chiusa con un grosso lucchetto. Chiamiamo, bussiamo, ma nessuno risponde. Un cartello mezzo sbiadito dal sole e dalle piogge, buttato a terra nel prato, dice che il servizio aprirà alle undici: mancano quasi due ore, ma decidiamo di aspettare all’ombra del portico. Alle undici e mezza ancora non si vede nessuno. Chiedo ad un gruppo di bambini in bicicletta e uno mi dice che la signora dell’Internet si chiama Carla ed è la mamma di un suo amico. “Sì, ma dov’è?” voglio sapere io. Mi spiega più o meno dove sta la casa, così che andiamo a cercare questa Carla. La troviamo a casa con l’influenza e ci dice che la sostituirà di sicuro Elena, ma nel pomeriggio, dopo le due. Sfiniti dal sole insistente facciamo l’autostop e torniamo a Miramar, seduti nel cassone vuoto e senza finestre di un furgone Toyota.
Nel pomeriggio proviamo a contattare i nostri amici via telefono, ma l’unico apparecchio pubblico di Miramar è rotto. Così torniamo a Palenque, ma di Elena nessuna traccia. Il lucchetto è ancora al suo posto, la porta è chiusa e le finestre pure. Dopo aver cercato l’unico telefono pubblico di Palenque e aver trovato rotto pure quello, riprendiamo la nostra indagine: a quanto pare la signora Elena è introvabile, ma ci sarebbe una terza collega, Maria, momentaneamente impegnata a lavorare da un’altra parte. Un signore anziano incarica uno più giovane di accompagnarci da lei, direttamente sul posto di lavoro. Da dietro la scrivania, Maria prova a chiamare la sua collega Elena: non è in paese, ha avuto un’emergenza e oggi non verrà. Indagine finita, niente Internet. Torniamo di nuovo a Miramar a mani vuote, questa volta a piedi.
A sera cadiamo di nuovo nello sconforto. Anche se aspettare qui, accanto al mare e nel silenzio, è molto meglio che fare la stessa cosa in una città come Panama City, resta il fatto che continuiamo a pagare l’albergo e che i contanti piano piano se ne vanno. Qui siamo isolati dal mondo, totalmente dipendenti da ciò che offre il paese. Niente telefoni, niente Internet, niente bancomat, niente. E la gente non sembra molto collaborativa, non mi pare che abbia troppa voglia di aiutarci a raggiungere il nostro obiettivo di andarcene al più presto.
Il terzo giorno trascorre uguale, senza novità rilevanti. Di tanto in tanto si fa avanti qualcuno (ormai ci conoscono tutti) per offrirci un costoso passaggio sulla sua lancia privata. Ma di mercantili sui quali scroccare un passaggio neanche l’ombra. O meglio, ne è arrivato uno, ma il capitano cinese mi dice che sarà lieto di darci un passaggio quando partirà, tra due settimane. E poi ci sarebbe una barca più piccola già carica e pronta a salpare, ma il capitano ogni giorno dice: “Domani amigo, domani.”
Nel tardo pomeriggio, mentre siamo seduti sotto il portico davanti alla nostra stanza, vediamo una figura alta, una testa bionda, un grosso zaino verde avanzare lungo il molo. Il ragazzo si ferma a fare le stesse nostre domande alle stesse persone a cui le abbiamo fatte noi. Vederlo mi dà un senso di tenerezza, più che altro verso me stesso. Poi un marinaio gli indica in punto in cui siamo noi e lui ci raggiunge. Si chiama Rafael, ed è un tedesco di 25 anni appena laureatosi in fisica. Parla uno spagnolo abbastanza preciso, ma si inceppa spesso e si vede che gli costa fatica. Anche lui ha lo stesso nostro problema: arrivare in Colombia. Ma è pieno di entusiasmo e mi dispiace dirgli “Guarda, lascia stare, lì ho già chiesto io” oppure “No, quello parte tra due settimane” eccetera. E poi non sembra accontentarsi delle nostre informazioni, vuole chiedere di persona, e lo capisco. Così non gli dico niente e lascio che faccia anche lui il suo giro e che venga al punto della situazione da solo. Alla fine ci chiede se possiamo dividere la stanza per ridurre i costi, e noi ne siamo lieti. Sistemato un altro materasso per terra ce ne andiamo tutti e tre alla spiaggia e ci facciamo una sana nuotata sotto la pioggia, che ne frattempo ha iniziato a cadere fitta e pesante.
All’imbrunire, mentre camminiamo per il paese, ci viene incontro Walter. Muscoloso, tatuato su entrambi i bicipiti, occhi e carnagione scura, sulle prime lo scambio per un altro “scafista” che ci vuol portare su qualche isola per duecento dollari. Ma poi capisco che è solo un altro poveraccio caduto nella rete di Miramar. Anche a lui avranno detto: vai là, che di sicuro trovi un passaggio. Insomma, ecco che siamo in quattro, quattro scapestrati pronti a imbarcarsi per la loro Odissea nei Caraibi.

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