Odissea nei Caraibi, capitolo II: Samuelito, l’amaca e altre vicende

Con i nostri due nuovi amici ci sistemiamo nel terrazzino davanti alla stanza, accanto alle barche che ondeggiano nel buio a un passo da noi. Mentre scaldiamo sul fornello elettrico i fagioli in scatola comprati oggi dai cinesi, facciamo due chiacchiere.
Walter è un argentino ex calciatore di serie A, un difensore che i tifosi avevano soprannominato El Bestia. Ora fa il preparatore atletico e gli ultimi mesi li ha passati in Honduras, ad allenare una squadra. “Se sono qui ora è perché sto pagando un mio errore” spiega. Durante la stagione, infatti, ha lasciato un club in Costarica con il quale si trovava bene per accettare un ingaggio meglio pagato nello Stato vicino. Come spesso capita da quelle parti e in quel particolare mondo, almeno stando a quanto dice Walter, gli accordi con la dirigenza sono stati solo verbali. Un mese dopo è cambiato il presidente e i soldi hanno smesso di arrivare, fino a che lui si è stancato ed è andato a chiederli: “Se vinci, a fine stagione ti paghiamo” gli hanno detto. “Questo per non aver firmato un contratto, per essermi fidato!” ha protestato lui. “Qui non contano niente i contratti,” gli hanno risposto “qui contano solo le pallottole.” E così se n’è andato ed ora, con pochi soldi in tasca, sta cercando di tornare in Perù dalle sue due figlie, in una delle sue due case (l’altra è in Argentina, a Buenos Aires, dove ha un altro figlio). Si vede che non aveva in programma di viaggiare via terra: il suo bagaglio è costituito da un trolley e da una borsa sportiva, entrambe dotate di rotelle che purtroppo su queste strade di terra e di sassi non gli serviranno a niente. Ha poi una borsetta più piccola piena di creme, profumi, pettini e lamette e uno zainetto mono-spalla contenente un computer portatile.
A Walter piace parlare, raccontare. Durante la serata si parla di sport, di politica, di problemi sociali. La conversazione è polarizzata più che altro tra lui e Laura. Rafael, il ragazzo tedesco, interviene di rado e più che altro cerca di cogliere il senso generale di ogni frase. Io ascolto: tra le altre cose Walter mi spiega la differenza tra una mara e una pandilla (entrambe bande giovanili). Poi mi stanco e mi defilo: fuori dal bar chiuso di don Pablo prendo una cassa vuota di coca cola, me la porto in spiaggia e mi ci siedo sopra. Me ne sto un po’ nel buio a guardare la luce intermittente di una boa cento metri a largo. Quasi subito arriva un cane e, come fossimo vecchi amici, si accomoda nella sabbia fresca a farmi compagnia.
Il mattino seguente arriva un tale mai visto prima, un colombiano. Dice che di lì a poco parte una lancia che trasporta merci nella nostra direzione e che per 40 dollari per persona il capitano ci porterebbe fino a Narganà, un’isola caraibica a metà strada tra Miramar e Puerto Obaldia. Vuole i soldi subito. Così parte la solita pantomima: io dico che voglio parlare col capitano, che 40 dollari sono troppi. Lui si indispettisce, dice che devo trattare con lui, dice che la benzina costa tanto, eccetera eccetera. Poi, siccome non gli diamo i soldi, se ne va.
Il capitano in questione è noto in paese come Samuelito ed è un gigante, nero di pelle e d’umore. Lo vado a cercare di persona al molo di legno dove sta caricando, cinquecento metri più avanti lungo la costa. Mi presento, gli parlo, ma a stento sembra accorgersi di me: a quanto pare questa è una strategia comunicativa diffusa tra la gente di mare che vive da queste parti. Poi muove le labbra facendo calcoli tra sé e dice: “60 dollari”. Evidentemente il colombiano gli ha già detto che volevamo tirare giù il prezzo e lui rilancia alto. Ci sa fare in queste cose e io scherzando glielo dico, nel tentativo di instaurare un clima minimamente accettabile per negoziare. Ma lui continua a fare avanti e indietro sul molo, parla con altre persone, ignora le mie frasi. “Senta, se non ci vuole portare che lo dica, me ne vado e finiamola qua.” “Quanti siete?” chiede (ma lo sa benissimo). “Quattro.” “Quanti bagagli?” “Uno zaino a testa” dico io mentendo. “Gli argentini odiano i negri” dice, riferendosi alla presenza di Walter nel gruppo. “Sì, ma quello è un argentino strano, la pensa diversamente. Però il prezzo era 40.” “Cinquanta” dice lui senza lasciare le sue occupazioni. Mi girano davvero le palle: ma proprio in questo paese di stronzi dovevo capitare? penso. Vengo a negoziare i 40 dollari e torno che dobbiamo pagarne 10 in più… “Cinquanta è la sua ultima parola?” chiedo. “Sì.” “Peccato. Faccia buon viaggio.”
Torno dal resto della ciurma per riferire. Poi insieme andiamo da don Pablo a prendere un po’ di informazioni (è un furbacchione, ma è un vecchio sincero e non ci metterebbe nei guai per soldi). Dice che questo Samuelito è una brava persona, che ci si può fidare. Dice che in effetti Narganà è a metà strada e che quindi l’altra metà del percorso ci costerà più o meno uguale. Con i contanti che ci sono rimasti dovremmo farcela con un discreto margine di sicurezza.
Come mi aspettavo il colombiano torna: “Ce l’hai fatta, quaranta.” Poi si lamenta del fatto che non mi sono fidato della sua parola e io gli dico che anche lui avrebbe fatto uguale. Insomma, grazie alla mia abile manovra risparmieremo zero, ma almeno partiamo e sappiamo con chi. La lancia di Samuelito si avvicina al molo per presentare i documenti al poliziotto di guardia (qui è obbligatorio lasciar traccia di dove si è passati e con chi). Noi diamo i nostri passaporti, paghiamo il colombiano in presenza di Samuelito, carichiamo gli zaini e saliamo a bordo.
La lancia è piccola, carica di barili di benzina e molto bassa sul livello dell’acqua. A bordo, oltre al capitano, ci sono due ragazzi giovani, uno dei quali è suo figlio. Io salgo per ultimo e prendo posto su una piccola tanica ed ho appena lo spazio per rannicchiare le gambe. Uscendo lentamente dal porto Samuelito è in piedi a poppa, con un piede sulla punta della barca e la cima della corda ancora in mano. Vista da dietro la sua figura imponente si staglia contro il cielo sereno come una statua di bronzo, di quelle che rappresentano la fierezza dei guerrieri. Una volta in mare aperto Samuelito si sdraia in punta a mo’ di sirena e fa cenno ai ragazzi di accelerare. La velocità è altissima da subito. Uno dei ragazzi tiene con le due mani la leva del timone, direttamente attaccata ad uno dei due motori fuoribordo. Ha i muscoli tesi e un’espressione contratta in viso, batte i denti bianchissimi per il freddo e soffia forte col naso per cacciar fuori l’acqua che lo schiaffeggia onda dopo onda. Presto tutti noi ci ritroviamo fradici: l’acqua ci arriva addosso a secchiate e la pelle ci si copre di sale. Nonostante abbia chiuso i passaporti in un sacchetto di plastica, con tanto di doppio nodo, si bagnano completamente anche loro. Persino i dollari nascosti nella tasca segreta che ho cucito nelle mutande si inzuppano d’acqua.
Quattro ore più tardi siamo a Narganà, a destinazione. Salutiamo Samuelito e ci mettiamo, di nuovo, a cercare un passaggio per Puerto Obaldia. Ma per oggi niente da fare, ormai è tardi. Tocca cercare un alloggio. Dopo aver preso informazioni al solito ostello (ma c’è ancora gente convinta che siano economici, gli ostelli?) chiedo in giro se c’è qualcuno che affitta una stanza di casa sua, o qualsiasi sistemazione economica. Alla fine riesco a impietosire un cinese, dicendogli che non ci serve niente, che ci basta un tetto e un pavimento. Lui ci sistema per pochi dollari al piano di sopra di una costruzione in legno, su quattro amache legate alle travi del tetto. Altro che ostello: da qui si vede il mare (non ci sono pareti), ci si addormenta dondolando nell’aria fresca e ci si sveglia col profumo del pane che sfornano proprio al piano di sotto. Questa e altre mie manovre più o meno vincenti mi varranno da parte di Walter il soprannome di consigliori, probabilmente in riferimento al personaggio de Il Padrino, quello che tutto accomoda per il meglio.
Nel pomeriggio Rafael propone di fare una nuotata. “Possiamo andare a quell’isola, poi all’altra e poi all’altra ancora… Che bello!” dice indicando punti vicini e lontani in direzione del mare. Laura e Walter non ne vogliono sapere. Io credo che stia scherzando e gli dico “Ok, andiamo.” Nuotiamo fino alla prima isola, che vista dalla stanza sembrava vicina ma che tanto vicina non è. Quando arriviamo Rafael si tuffa di nuovo e io gli dico: “Ma davvero vuoi andare fino all’altra?” “Sì, perché, tu non vieni?” “No hombre, io mi fermo qui.”
Mentre lo guardo allontanarsi arrivano dei ragazzini con una lunga canoa di legno ad un solo remo, di quelle che usano gli “indigeni” delle isole. Iniziano a terrorizzarmi sulla pericolosità di quelle acque, su quanta gente sia stata divorata dagli squali. “Due settimane fa gli hanno portato via una gamba a un signore” dice uno, tutto serio. Sono quasi sicuro che mi stiano prendendo in giro, ma quando se ne vanno mi accorgo che Rafael non si vede più. Probabilmente è già oltre la seconda isola, oppure è uscito dall’acqua ed è nascosto dalla vegetazione. Provo a chiamarlo con tutta la voce che ho, agito le braccia, ma non si fa vivo nessuno. Così torno indietro, “Ci ritroveremo a casa” penso. Quando torno trovo Walter in una crisi d’ansia, preoccupato per Rafael. Anche lui non l’ha più visto, poi ha visto me che mi agitavo chiamandolo e… “E adesso che facciamo, Dio mio?” Cerchiamo di calmarlo, Laura e io, dicendogli che va tutto bene, che a Rafael piace nuotare, che ogni tanto gli piace stare per conto suo, “Sai come sono i tedeschi, no?” La situazione peggiora quando un vicino ci chiama e ci dice, indicando la seconda isola, che il nostro amico è là, che sta chiedendo aiuto. Indica un punto preciso, dice: “Lo vedi? Sta urlando e sta agitando le braccia.” Ma io non riesco a vederlo. Nella tragicità della situazione mi viene in mente Enzo Jannacci, che canta “Io non vedo niente, non vedo un accidente, son venuto da Como per niente.” Però inizio a preoccuparmi anch’io: dopo tutto non è che ci veda benissimo. E poi non metto in dubbio ciò che dice la gente di qua, che queste isole ce le ha davanti agli occhi da tutta la vita.
Il vicino è disposto a prestarci la canoa, mi chiede se so guidarla. “Certo” dico io. Laura siede a poppa, mentre io a prua impugno l’unico remo di legno massello, spesso e pesante, che diventa sempre impegnativo da sollevare man mano che si impregna d’acqua. Procediamo con una lentezza che sfiora il ridicolo, mentre i bambini fanno il tifo lungo tutta la costa. Tempo dopo, molto tempo dopo, siamo abbastanza vicini all’isola per vedere e per farci sentire. Ma non vediamo nessuno, chiamiamo e non risponde nessuno. A quel punto ci si avvicina un francese con un piccolo gommone: stava tranquillo sul suo veliero ormeggiato quando ci ha sentiti urlare ed ha pensato di venire a darci una mano. Gli spieghiamo la situazione e lui si offre di andare a dare un’occhiata intorno. Torna poco dopo e ci si avvicina di nuovo: “È là” dice indicando l’isola, “gli ho offerto un passaggio ma mi ha detto che vuole tornare a nuoto. Mi sembra un po’ scemo il vostro amico.” Sbalorditi, ringraziamo e salutiamo. “Adesso voglio andare a vedere che cazzo sta facendo” dico a Laura. In un quarto d’ora copriamo i venti metri che ci mancavano e sbarchiamo. Faccio il giro dell’isola ma non c’è nessuno: solo palme, lattine vuote e detriti levigati dal mare. E due tombe di cemento nel centro, una della quali più vecchia e malridotta, con una croce dalle braccia spezzate e la scritta “Arrivederci Bea”. Ma Rafael non c’è. Che il francese ci abbia detto cazzate? Che se ne sia andato mentre noi arrivavamo? E come abbiamo fatto a non vederlo? Il sole sta per tramontare, il vento si alza e la corrente si fa più forte. Visti i tempi di percorrenza ci conviene tornare, se non vogliamo ritrovarci a Boston.
Rafael, che si butterebbe dalla finestra piuttosto che dar noia a qualcuno, non sa più come scusarsi. Tartaglia desolato le sue spiegazioni, col suo vocabolario insicuro. Ci spiega che è stato lì un po’ a mangiare noci di cocco e a riposare, che non ci ha visti, che non era lui a chiamare aiuto, che è tornato nuotando tranquillo. A me dispiace più per il suo imbarazzo che per tutto il resto, gli dico che in fin dei conti mi son divertito con la canoa. Walter cerca di calmarsi, dice che ha avuto paura anche per noi, che il mare ci portasse via con tutta la canoa. “Walter, mi sembri mia nonna” gli dico.
A ora di cena ce ne andiamo in piazza a mangiare il pane che abbiamo comprato oggi. Ci ha attirati qui il chiasso di un impianto voce e il suono orribile di una pianola. Un predicatore sta aizzando una platea di vecchi e di ragazzini, ripetendo di continuo “Amen?” e pretendendo che tutti rispondano “Amen!”. Tutti sembrano in uno stato di trance, a un passo dal toccare con mano il divino. C’è un tale seduto accanto a me che ogni tanto mi tocca una spalla, mi guarda con gli occhi lucidi e mi dice “Dio ti chiama”.
Dondolando sull’amaca passiamo il resto della serata, scherzando un po’ sui fatti del giorno (non troppo, sennò Rafael ricomincia a chiedere scusa e va avanti fino a domani mattina) e cantando qualche canzone in italiano o in spagnolo. Walter mi chiede la chitarra e, accompagnandosi sempre con lo stesso accordo, racconta delle storie da pisciarsi dal ridere.
Il mattino seguente facciamo i bagagli e alle sette siamo già sul molo, in attesa di chiunque ci porti verso sud. Alle cinque del pomeriggio siamo ancora lì, bruciati dal sole. Ci tocca passare qui un’altra notte. Inizio ad essere seriamente preoccupato per i soldi: temo che non bastino. Se non troviamo il modo di andarcene in fretta e di arrivare a un bancomat, rischiamo di rimanere a spasso per le isole.
La preoccupazione si fa certezza della catastrofe quando ci rendiamo conto che nessuno ci darà un passaggio a basso prezzo, e che per percorrere questa seconda metà del percorso ci vorrà molto più di 40 dollari per persona. Riusciamo a prendere accordi con un capitano che domani andrà verso Capurganà, in Colombia. Ci accordiamo per un “prezzo speciale” di 70 dollari per persona. Pagata l’amaca al cinese, io e Laura abbiamo in tutto 141 dollari. E se poi a Capurganà non c’è un bancomat? Sono preoccupato e non riesco a nasconderlo. Nello sconforto inizio a straparlare di soluzioni poco plausibili: costruire una piccola zattera con le taniche d’acqua, metterci sopra lo zaino, legarmela alla caviglia e andare a nuoto; comprare una canoa dagli indios e seguire la costa panamense fino alla Colombia e altre cagate così. “Perché non rubiamo quello lì?” dice Walter indicando un catamarano a vela ormeggiato poco più in là. “Perché, lo sai guidare?” gli chiedo io. “Io so guidare di tutto,” dice “l’unica cosa che non ho saputo guidare in vita mia è stata mia moglie.” Alla fine Walter ci dice di stare tranquilli, che se non dovessero bastarci i soldi ce li presta lui. Anche Rafael, più timidamente, dice lo stesso. Andiamo avanti insieme, dicono, en las buenas y en las malas. Così mi metto più tranquillo. In fin dei conti siamo pur sempre ai Caraibi, anche se ci siamo finiti contro la nostra volontà. Così io e Rafael ci mettiamo in costume, decisi a goderci il lato positivo della nostra Odissea. Prima di tuffarci dal ponte che collega le isole Corazon de Jesus e Narganà chiedo a un vecchio del luogo: “Ma ci sono gli squali qui?” “In tutti i mari del mondo ci sono gli squali” mi risponde lui, e aggiunge “Comunque no, più che altro di qua ci sono i coccodrilli.” Io e Rafael ci guardiamo: “Un altro che si diverte a prenderci per il culo!”
Sono tre giorni che mangiamo solo pane Laura e io. Con il dollaro che abbiamo a disposizione, considerato che domani dovremo comprare dell’acqua prima di imbarcarci, compriamo dell’altro pane per la cena di oggi. Rafael, che mangia e beve pochissimo, ha dato fondo alla sua scorta di crackers e biscotti. Walter invece non si fa mai mancare un pasto come si deve e ogni tanto compare con una coca cola o con un caffè in mano, e ne offre sempre un sorso a tutti. Ma anche lui sta iniziando a cambiare regime: ieri sera ha mangiato un po’ del nostro pane e ha contribuito comprando una scatoletta di carne.
Prima di diventare un calciatore Walter era un ragazzo povero di Buenos Aires, che ben sapeva stare al mondo anche senza i soldi in tasca. Mi immagino che sia per questo che non si lascia abbattere dalla situazione. E immagino sia sempre per questo che non si fa mancare niente, che ha l’abitudine di spendere ciò che ha, finché ce l’ha, senza troppi calcoli. “Domani è un altro giorno. L’importante è andare avanti un poco alla volta” dice per tirarmi su di morale. E aggiunge: “Ricorda, uno scemo che cammina avanza più veloce di dieci intellettuali seduti.” Più tardi, verso le sette di sera, esce un attimo e torna con un sorriso vittorioso. Apre il trolley nero, ormai senza maniglia e senza ruote, e dice “Andiamo in piazza a vendere, mi hanno detto che si può.” Inizia a fare un inventario di magliette, pantaloni, scarpe, articoli sportivi vari: tutte cose di marca. Ci chiede un aiuto per stabilire i prezzi e poi, per farsi coraggio, canta a se stesso la canzone che i tifosi delle squadre avversarie gli cantavano allo stadio: “Bestia, hijo de puta, la puta que te repariò” (Bestia, figlio di puttana, la puttana che ti ha partorito). Poi ci avviamo. Io e Laura abbiamo trovato un po’ di cose di cui ci possiamo liberare: un frisbee, due sciarpe, un paio di jeans, un cappello, un portafoglio in finta pelle. Passiamo davanti alla casa di una donna che vende artigianato locale e Walter le si avvicina. Sulle prime lei pensa che voglia comprare qualcosa e scoppia a ridere quando scopre che, al contrario, vuole vendere a lei.
A fine serata Walter incassa 40 dollari e il suo cliente principale è niente meno che Samuelito, che si è trattenuto un paio di giorni sull’isola per i suoi traffici. Io riesco a vendere solo il mio cappello per tre dollari, con parte dei quali ci concediamo il lusso di un uovo fritto da mangiare insieme al pane.

[CONTINUA…]

3 comments Add yours
  1. Molto appassionante e anche divertente pensare alla espressioni di Andrea in quelle situazioni.
    Un viaggio nel viaggio…
    attendo il prossimo episodio
    Edo

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