Odissea nei Caraibi, capitolo III: falsi traguardi

Allora non scherzava il vecchio! Mentre ci allontaniamo dal molo dell’isola Narganà a bordo di una lancia, poco distante dal punto in cui ieri io e Rafael abbiamo nuotato, passiamo accanto ad un coccodrillo enorme e serafico, che gioca a nascondersi e riemergere con gli occhi sul filo dell’acqua. Ma siamo vivi, abbiamo ancora tutti gli arti al loro posto. E poi siamo di buon umore stamattina perché ce ne stiamo andando in Colombia, finalmente.
Panama è una maledizione, è un furto. Una nave cargo che passi per il Canale, oltre a dover essere costruita su misura, può pagare circa 500 mila dollari di pedaggio, a seconda del peso. A due turisti pezzenti come noi, che generalmente in situazioni analoghe se la cavano con meno di trenta dollari, per attraversare il paese da nord a sud tocca spendere più di 500 dollari tra alloggi, ricerca di informazioni, autobus e passaggi in barca. Meno male che pesiamo poco.
Ma scordiamoci il passato. Il mare è una meraviglia di colori cangianti e il vento scompiglia i capelli a chi ce li ha, porta via la polvere dagli zaini e cancella le tracce delle nostre lunghe attese. Passiamo attraverso isole dalla sabbia chiarissima, alcune grandi quanto basta per contenere tre palme e le loro radici. Ogni isola ha un proprietario, generalmente un occidentale danaroso. Non so bene a chi ci si debba rivolgere, se ci sia un punto vendita o un’asta su ebay, ma la cosa mi pare ripugnante. È come se a Britney Spears un martedì pomeriggio di novembre, dopo la ceretta, venisse l’idea di comprarsi l’Isola d’Elba e qualcuno gliela vendesse per davvero.
Navighiamo per circa sei ore a velocità sostenuta, decollando su ogni onda prendendo sonore culate contro la panca di legno ad ogni atterraggio. La nostra rotta si incontra con quella della gente del luogo, a pesca con le canoe a remi, e con quella di certe tartarughe giganti che, secondo il tale che guida la lancia, hanno appena deposto le uova e sono dirette in Australia. A bordo insieme noi ci sono due ragazze olandesi, vestite di Ray Ban, canottiera e pantaloncino inguinale, partite stamane da Panama City.
A Puerto Obaldia ci fermiamo per il controllo della polizia di frontiera e per farci fare il timbro di uscita da Panama sul passaporto. Nel cortile della caserma ci fanno mettere gli zaini a terra, aperti, e tutti noi ci mettiamo in fila contro la recinzione, mentre un cane antidroga annusa i bagagli. Poi si passa al controllo manuale. Un controllo piuttosto meticoloso per tutti, ma soprattutto per Walter, unico sudamericano del gruppo. Il poliziotto rovista dappertutto e trova un flacone. Lo apre e si rovescia nella mano una decina di grosse pastiglie, di diversi colori. E queste?” dice. Walter inizia a spiegargli che è uno sportivo professionista, che ha giocato con questo, che ha allenato quell’altro, che quelle pillole sono sostanze innocue. Inizialmente il tipo è diffidente, lo guarda severo con la bocca serrata al di sopra del giubbotto antiproiettile. Poi, sotto voce, gli dice “Ma non hai qualcosa per… per migliorare le prestazioni…” “Ma è chiaro compadre!” gli risponde Walter in tono complice. “Senti, se prendi quella bianca ti rimane duro tutta la notte, dai retta a me. Prendi, prendi compadre!” aggiunge offrendogli la pastiglia in regalo. Quello sorride, come quando si accetta di scherzare con qualcuno. Ma intanto la pastiglia la prende e se la mette in tasca. “Mi raccomando, un’ora prima” gli dice Walter mentre ci allontaniamo. Poco dopo ci confiderà che la pillola bianca era un rilassante muscolare: “Lo diamo ai giocatori dopo le partite, per farli dormire almeno dodici ore.”
Siamo arrivati. La lancia ci lascia a Capurganà, in Colombia. In tasca ci è rimasto meno di un dollaro, abbiamo speso tutto per poter arrivare qui. Ma qui dovrebbe finire il nostro incubo. Dico dovrebbe, perché dopo aver fatto il giro del paese ci rendiamo conto che non c’è nessun bancomat, come invece ci avevano assicurato. Né tanto meno ci sono strade per incamminarsi in cerca di altre soluzioni. Ancora una volta ci si può muovere solo via mare. I nostri stomaci si sono ormai ristretti e la delusione è tanta: ci eravamo rilassati, eravamo pronti per una lauta e dignitosa cena. E invece no, invece pane un’altra volta. E un uovo diviso in due.
Poi ci ricordiamo di avere trenta euro infognati da qualche parte e troviamo un vecchio antipatico che accetta di cambiarli. Ma con quelli non ci paghiamo che l’alloggio e neanche la metà del costo del passaggio fino a Turbo, il centro abitato in cui troveremo strade e servizi (o almeno così dicono).
Le olandesi intanto si sono unite a noi e la cosa mi pare strana, nel senso che mi sembrano abituate ad altri standard. Invece vogliono dividere una stanza con noi quattro, la più economica possibile, dicono. Inizialmente penso che sia per la lingua, visto che non sanno una parola di spagnolo; penso che si sentano più sicure con noi. Ma il motivo vero è che sono rimaste senza soldi anche loro. E anche Walter, tra bibite fresche, laute mance e caffè è rimasto quasi al verde. L’unico che ha un po’ di soldi (ma non certo abbastanza per tirar fuori tutti dai guai) è il tedesco, Rafael. E pensare che Walter lo sfotte perché non capisce le barzellette e perché si nasconde negli angoli per tirare fuori il portafoglio. “Intanto” gli dico io “è l’unico che se ne può andare da qua autonomamente.” “Questo è vero” mi risponde Walter. Poi, accennando col capo verso il culo di una delle olandesi che ci ondeggia davanti, aggiunge: “Certo che noi, cerchiamo soluzioni e incontriamo nuovi guai.” E in effetti, cosa c’è di peggio che essere in Colombia, in quattro e senza soldi? Essere in Colombia, in quattro, senza soldi e con due persone bionde a carico. Ma non possiamo mica dir loro “Arrangiatevi, ognuno per la sua strada.” Non sarebbe giusto. E poi se io e Laura siamo arrivati fin qui è anche all’aiuto delle tante persone corrette e generose che abbiamo incontrato, non ce ne dimentichiamo.
Il tipo dietro la scrivania della biglietteria dice “Dica.” E io penso “E che cazzo gli dico?” Poi prendo un bel respiro, gli spiego con calma la situazione e gli chiedo se non sia possibile, per sua grazia, pagare metà ora e il resto appena arriviamo, dopo aver prelevato. Mi aspetto un no, un’altra delle tante porte in faccia a cui in questi giorni abbiamo fatto l’abitudine. Ma il tipo dice “Quanto avete?”
Così torno dai miei compagni di viaggio, che sono seduti in cerchio sul terreno davanti alla porta della nostra stanza. Spiego in spagnolo che forse siamo salvi; Rafael traduce in inglese per le due ragazze. Poi contiamo quanti soldi abbiamo in tutto: arriviamo a poco meno della metà del prezzo del passaggio. Torno dal tipo della biglietteria e gli mostro la cifra, scritta su un foglietto stropicciato. Lui accetta; calcoliamo insieme l’ammontare del debito e ci diamo appuntamento a domani mattina.
Così è come abbiamo attraversato Panama e siamo arrivati a Turbo, dove una ressa di ragazzi aspettavano urlanti sul molo per portare valige, accompagnare gente agli autobus o al ristorante, chiamare un taxi in cambio di una mancia. Io mi faccio portare al bancomat e finalmente pago il mio debito. C’è poco da fare: mi sento meglio coi soldi in tasca.
Pochi minuti dopo succede che Rafael ci saluta: ha deciso di andare con le olandesi a Cartagena, mentre noi proseguiamo con Walter verso il Perù. Questo fatto, brusco e improvviso, mi coglie impreparato: mi rendo conto che mi ero affezionato a quel ragazzo riservato e autonomo che amava nuotare coi coccodrilli.
Ma così è, l’autobus parte e non c’è tempo per niente, solo per una stretta di mano e un saluto. Un minuto dopo esserci seduti sul bus che ci porta verso Medellin, Walter ha già preso posto accanto a una donna piacente sui quaranta, con un sacchetto sulle gambe. Si chiama Maria e il sacchetto è il suo unico bagaglio. Stava andando a Panama col marito, ma alla frontiera il marito l’hanno fatto passare e lei no, così che ora sta tornando verso casa, a Bogotà. Lei e Walter parlano, ridono e scherzano per tutta la durata del viaggio. Arrivati a Medellin Maria decide di non proseguire per Bogotà, almeno non subito. In centro, all’albergo Casa blue, prendiamo due camere doppie.
[FINE]

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