Raphael, arrivi e partenze

Nella cucina della pizzeria Don Maximo mi chiedono lezioni d’italiano. Il risultato è che ora la gente entra dalla porta e ti dice “Hola, colione”, o che nella confusione del servizio serale qualcuno se ne esce con un “Cornuto, prestame tu trapo”, o ancora “Estronso! Una pizza para la mesa cuatro”. L’unica cosa che non mi va di insegnare, malgrado le insistenze, sono i sinonimi della parola gay, ché non mi sembra troppo sana l’ironia che da queste parti si fa sull’argomento. Rispondo semplicemente che non ci sono altre parole, che siamo un paese civile, noi.
Ieri, ancora non mi ero messo la divisa, mi dicono: “Colione, te buscan!”, ti cercano, e mi indicano la porta d’entrata. Chi mai mi può cercare qui a Talara, a non so quanti chilometri da casa e dalla gente che conosco? A parte Walter, che non ho più rivisto da quando ho lasciato casa sua, non mi viene in mente nessuno. Fuori dalle vetrate vedo una figura familiare, un cappello portato all’indietro da cui spuntano dei ciuffi biondi disordinati.
“Raphael!”
“Hola André, ¿Qué tal?”
Che bella sorpresa, e inaspettata! Avevamo salutato Raphael a Turbo, in Colombia, dopo l’Odissea nei Caraibi che era durata troppi giorni e che ci era costata troppi soldi. Lui aveva deciso di proseguire per Cartagena con le ragazze olandesi conosciute per strada (per mare in verità), mentre noi avevamo proseguito con Walter fino a Machala, in Ecuador, per poi raggiungerlo qualche giorno dopo qui a Talara. C’è anche lui infatti, Walter. Mi raccontano che si sono messi d’accordo via Facebook per incontrarsi e che quando Raphael ha saputo che c’eravamo anche noi, qui a Talara, ha voluto incontrarci. Non sono molto contento, a dire la verità, di rivedere Walter. Me ne ero andato da casa sua deluso e arrabbiato, portando con me un pessimo ricordo di lui; ma il fatto che grazie a lui possa rincontrare Raphael fa passare tutto in secondo piano. Ci diamo appuntamento per domani, per pranzo, a casa di Walter.
Il giorno dopo a casa di Walter non c’è nessun pranzo, solo tanta tensione che rimbalza tra le mura di casa. Judith è in cucina e non si fa quasi vedere, le due gemelle sono in camera loro. Laura e io troviamo un pretesto per andarcene in fretta e chiediamo a Raphael di accompagnarci. Gli spieghiamo un po’ la situazione e gli raccontiamo la nostra esperienza in quella casa; lui capisce e decide di ripartire l’indomani.
Ci mettiamo d’accordo per vederci dopo il lavoro fuori dall’Uruguayo, il ristorante in cui lavora Laura. Quando arrivo mi siedo con Walter e con Raphael su una panchina di fronte al locale, sotto dei grossi alberi che delimitano la passeggiata pedonale tra le due carreggiate della strada. Laura è ancora alle prese con gli ultimi clienti, la vediamo attraverso le grandi vetrate del ristorante. Io ormai conosco tutti i cani, i gatti e gli ubriaconi che passano di qua, visto che venire a prendere Laura fa ormai parte della routine quotidiana. Mentre aspettiamo Raphael racconta le sue avventure in Colombia e in Ecuador, della ragazza della quale si è quasi innamorato a Cali. Walter, dal canto suo, spiega che non ha ancora trovato una squadra da allenare: in Perù non vuole lavorare, perché i peruviani sono irresponsabili; in una squadra in cui ci siano negri nemmeno, perché danno problemi, si ubriacano e arrivano tardi. Mi torna in mente Samuelito, il negrissimo capitano della lancia con cui abbiamo attraversato parte delle isole San Blas: Samuelito non lo voleva Walter a bordo, perché gli argentini sono razzisti e odiano i negri, diceva. Strane bestie i pregiudizi…
Ma la chiacchierata non dura molto. Siamo tutti stanchi e un po’ assonnati. Appena esce Laura facciamo un pezzo di strada insieme fino all’incrocio in cui dobbiamo prendere direzioni diverse, tra i clacson insistenti dei moto-taxi e il chiasso dei disco-bar. Raphael parte domani, dunque, in direzione nord. Noi dopodomani, in direzione sud. Per la seconda volta mi trovo a congedarmi da lui all’improvviso, per strada, senza esserne preparato. Questa volta ci diamo appuntamento in Germania, o in Italia, in un futuro indefinito; ma a differenza delle molte altre volte in cui ho scambiato frasi simili con altri viaggiatori, qualcosa mi dice che ci rivedremo davvero.

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