Effetti collaterali

Oggi il mare è calmo. Gli alberghi costruiti a un passo dalla riva hanno un giorno di tregua, gli addetti all’abusivismo risistemano i sacchi di sabbia e le sdraio sono pronte a resistere ai nuovi attacchi delle maree. Inutile dirlo: io faccio il tifo per le onde. Che buttino giù tutto, possibilmente sulla testa dei prepotenti. Ma è possibile che nessuno possa più camminare sul bagnasciuga, che ci si debba arrampicare alla ricerca di assurde deviazioni, per permettere a due stronzi di sorseggiare il caffè su una terrazza panoramica di cemento armato?
È sparito il grosso elefante marino che da giorni si era spiaggiato, con la bocca aperta in una smorfia che a me pareva di dolore. Mi sa che il mare se l’è ripreso. Al suo posto è comparso un piccolo delfino con un buco in testa. Effetti collaterali di tecniche di pesca poco pulite, immagino. Non lontano dal cadavere c’è un ragazzo dai capelli lunghissimi, completamente nudo. È in piedi, dà le spalle al mare e oscilla leggermente con le braccia aperte, come se stesse in equilibrio su una fune. Effetti collaterali, immagino.
La spiaggia El Amor è quasi sempre deserta. Da lì parte la mia passeggiata quotidiana, lunga circa un chilometro, verso l’altro capo della baia. La meta è l’hotel Don Giovanni, dove lavora Laura. Lungo il cammino la sabbia e i relitti lasciano posto agli ombrelloni gialli marchiati Cristal, una delle birre nazionali. Un bambino ciccione, alla guida di un quad di grossa cilindrata, fa lo slalom tra la gente sdraiata al sole. Un americano pieno di tatuaggi cerca di far partire un cavallo pigro. In acqua, i surfisti cercano la loro onda.
Meno dodici al volo per Auckland.

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