Waiheke Island e le piante buone

Si scende attraverso il bosco per un sentiero fatto di gradini irregolari, ricoperto di frammenti di conchiglie bianche. Erbacce, rami e rampicanti hanno quasi del tutto inghiottito il passaggio e i piccoli orti, rubati alla pendenza con terrazze fatte di vecchi pneumatici, sembrano aver visto tempi migliori. Cinquanta metri più sotto, la legnaia è vuota. Nella rimessa, tra la polvere e le ragnatele, gli attrezzi sono arrugginiti sul banco da lavoro, accanto a telai di vecchie finestre e a qualche rozza scultura lasciata incompiuta. E c’è un pennello, immerso in un barattolo di vernice verde ormai indurita. Tutto riconduce a qualcuno: qualcuno che tagliava tronchi sul ceppo. Qualcuno che rinnovava vecchie finestre e le tingeva di verde. Qualcuno che scolpiva tronchi di legno rossiccio, abbozzando forme femminili. Qualcuno che non c’è più.
Da cinque giorni viviamo sull’isola di Waiheke, a quaranta minuti di traghetto da Auckland. Michelle, la padrona di casa, ha un’aria infelice e stanca. Non porta molta pazienza con noi che non capiamo le cose al primo colpo, e se diciamo “Sorry?” lei sospira, fa un cenno con la mano come per allontanare una cosa sgradita e dice “Nevermind, forget it.” Questo ci fa sentire stupidi, e il nostro balbettare peggiora ad ogni conversazione abortita.
Il nostro compito qui è ripulire il sentiero dalle erbacce, liberare le piante “buone” dai rampicanti, preparare i piccoli orti per la semina. Più una serie di altri compiti, vari ed eventuali. Come ad esempio sgomberare la stanza di Michelle, che si prepara a lasciare tutto questo per raggiungere sua figlia diciannovenne, partita un giorno per la Thailandia e decisa a non tornare indietro. La sua stanza la affitterà a Kevin per qualche mese, per tirare su qualche soldo, mentre lei si trasferirà nel suo “studio”, qualche gradino più su lungo il bosco.
C’è anche un altro inquilino in casa. Si chiama Steve e vive in una stanza sempre chiusa, con le finestre occluse da teli scuri. Lo si incontra di rado, seduto sui gradini con una sigaretta ultra-light tra le labbra, bianco in volto e con gli occhi spenti. Vorrei chiedergli chi è, a cosa si dedica, ma la sua parlata concitata, che tanto stride col suo aspetto, mi è difficile da capire.
Laura e io alloggiamo in una piccola casa di legno, più in basso lungo il sentiero. Diciamo che c’è qualche spiffero, qualche vetro incrinato. Diciamo che c’è qualche infiltrazione, qualche macchia di umido. Diciamolo pure: cade a pezzi. Eppure ci piace. Non c’è bagno né acqua corrente, solo una cisterna d’acqua piovana proprio fuori dalla porta, ma vista la stagione non c’è pericolo che si svuoti. Quando cala il sole fa un freddo da far tremare ma, per fortuna, tra i pochi comfort c’è una vecchia stufa. Durante il giorno raccogliamo la legna nel bosco e di sera stiamo a guardarla bruciare, con le orecchie divise tra il crepitio del fuoco e l’infrangersi delle onde del mare, pochi metri più giù.
Quando ce ne andremo da qui il sentiero sarà di nuovo bianco e sgombro. Il bosco sarà ripulito da tutte le immondizie rotolate giù dal bordo della strada e qualche raggio di sole raggiungerà gli orti, non più smorzato dai troppi rami secchi. Le piante “buone” torneranno a respirare, liberate dal reticolo opprimente di rampicanti. La legnaia sarà di nuovo riempita e la stufa di Michelle ricomincerà scoppiettare nelle ore più fredde.
Siamo capitati qui, per un caso difficilmente prevedibile. Qui con questa donna sola e oppressa da angosce che non sappiamo, mascherate dietro sorrisi poco convincenti. Ce ne potremmo andare, ma qualcosa ci trattiene: qualcosa ci dice che questa fatica comunicativa porterà da qualche parte. O almeno, porterà qualche raggio di sole alle piante “buone”.
Waiheke Island

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