Lucia

 

Lasciata Palm Beach a bordo di Kiwi, la nostra macchina nuova, riceviamo via SMS un invito per un caffè da parte di Lucia, una ragazza spagnola incontrata per caso una settimana prima, quando noi eravamo appena arrivati e lei stava visionando una stanza da prendere in affitto nella proprietà di Michelle.
Sediamo tutti e tre al tavolino di un bar, nella piccola e allo stesso tempo grande città di Oneroa (due bar, due ristoranti, qualche casa e un ufficio postale). Parliamo in spagnolo e per noi è una boccata d’aria fresca riuscire ad esprimerci senza incespicare, bloccarci, rinunciare. Ed è così, chiacchierando del più e del meno, che Lucia ci invita a mangiare a casa sua. E poi, già che siamo lì, ci offre un posto per dormire, visto che la nostra macchina non è ancora dotata di materasso. Rimaniamo stupiti di tanta generosità, ma soprattutto della spontaneità e naturalezza con cui veniamo invitati. Poche cerimonie. Ti invito perché mi va di averti attorno: se vuoi fermati, se no vai.
Casa sua non è proprio sua, ma di una signora sessantenne che passa l’estate neozelandese sull’isola di Waiheke e d’inverno se ne va in California, in cerca di un’altra estate. Lucia è la sua house-sitter, ossia colei che tiene tutto in ordine e sotto controllo, che le inoltra la posta e le sistema il giardino. Il tutto in cambio di vitto e alloggio. Stiamo parlando di una casa bellissima, affacciata sul mare e costruita in legno. La struttura assomiglia a quella di una chiesa gotica, con tanto di tetto spiovente, rosone e guglie. All’interno tutto è curato nei particolari: dal mosaico di pietre e conchiglie che percorre i muri e il pavimento del bagno, alle molte opere d’arte contemporanea sparse per i vari ambienti. Noi dormiamo al secondo piano, in una torretta tutta vetri e con vista sul mare. Nella stanza c’è solo una vecchia pianola sul suo cavalletto e un cannocchiale puntato verso l’orizzonte.
La mattina seguente conosciamo Martin, un tedesco di circa quarant’anni che parla perfettamente un’infinità di lingue. Tranne l’italiano: quello lo sa “piccolo piccolo”. Ha un’aria stanca e un’espressione impenetrabile, quasi assente. Ammette in effetti di sentirsi svuotato di energie, dato che ha appena finito di tenere un corso di yoga durato due settimane. Anche lui come Lucia vive sull’isola, dove sta cercando di ingranare come taxista, ed è deciso a fermarsi in Nuova Zelanda a tempo indeterminato. Entrambi, quando raccontiamo che abbiamo intenzione di trovarci un lavoro da qualche parte, ci danno consigli su come fare e a chi rivolgerci, ma noi abbiamo voglia di andare un po’ a spasso per il Paese, ora che abbiamo la macchina. Non ci accontentiamo dell’isola.
Il cellulare di Martin suona: è la chiamata di un cliente. Nell’andarsene si ferma un attimo e dice: “Se decidete di fermarvi qui, io ho un divano libero.” Ci lascia il biglietto da visita ed esce. Ma noi abbiamo deciso: partiremo domani stesso. Andremo all’estremo nord della Nuova Zelanda e, lentamente, scenderemo alla ricerca di un posto che ci piaccia molto, un luogo in cui fermarci per un po’ a lavorare. “Cercare prima il posto, poi il lavoro.” È la lezione che abbiamo imparato in Perù, dove siamo rimasti bloccati a Talara per un periodo che ci è parso infinito, in un luogo orribile e sterile. Ma vedremo, questa volta, quali eventi riusciranno a rovesciare i nostri piani.
Per il momento, appena messe giù le ruote dal traghetto, la meta è Cape Reinga, la punta a nord. È prevista qualche sosta per equipaggiare Kiwi con un letto, una cucina e delle gomme nuove.

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