Un anno dopo: due parole su questo viaggio

L’11 ottobre 2011, alle 11:20 del mattino, partiva dall’aeroporto di Milano Linate il volo EI433 con destinazione Boston, U.S.A. Quel giorno i nostri zaini pesavano circa dieci chili in più di adesso, pieni com’erano di cose che avevamo ritenuto indispensabili e che abbiamo poi abbandonato, regalato o rispedito a casa strada facendo. Io avevo in mano una copia de La Repubblica di quel giorno: me l’aveva lasciata mio padre perché la leggessi durante il volo, ma non l’ho mai fatto. E neanche Laura. Perché l’Italia era tutto ciò che stavamo mettendo da parte per un po’, e non ci interessava se il Ministro della Giustizia aveva deciso di inviare gli ispettori alle procure di Napoli e Bari per salvare Berlusconi dalle inchieste sulle escort. Volevamo sentire altro, qualcosa che non sapessimo già. Volevamo essere sbalorditi da qualcosa di cui non sospettassimo l’esistenza, come i bambini davanti al primo arcobaleno.
Non ho intenzione di fare bilanci o elenchi di luoghi visti. Vorrei invece spendere due parole su questo viaggio, sui suoi perché. Parlo al singolare perché sarebbe difficile spiegare insieme le mie motivazioni e quelle di Laura, motivazioni che in parte coincidono e in parte divergono. Perché per quanto da un anno non ci siamo mai persi di vista per più di ventiquattro ore, restiamo due individui, due universi separati, come tutti gli esseri umani.
Lo so, una dichiarazione d’intenti come quella che segue è cosa che si dovrebbe fare all’inizio, magari prima di partire. Non certo un anno dopo, lontano tanto dalla partenza quanto dal ritorno. Ma per paura di dire troppo, spesso mi ritrovo col non dire abbastanza. Penso questo quando mi capita di rileggere il mio primo, non del tutto sincero, post.
Un anno fa non avevo nessuna voglia di giustificarmi, di mettere alla prova una scelta che anche a me sembrava azzardata. Sono partito entusiasta e dubbioso, con pochi soldi in tasca, con gli echi di voci che dicevano “Altro che giro del mondo! Con quei pochi soldi tu tra un mese sei di nuovo qui.” Pareva che dovessimo dimostrare qualcosa Laura e io, e l’idea non ci piaceva per niente. Sarà che noi stessi non sapevamo bene come sarebbe andata a finire, come ce la saremmo cavata alle prese con le lingue e le culture diverse, con la lontananza da casa, con gli imprevisti, con la necessità di riempirci lo stomaco ed avere sempre un tetto sulla testa. Stavamo scommettendo senza conoscere la materia in questione.
Ma veniamo a noi.
Sono partito perché, se c’è una cosa su cui non ho mai avuto il minimo dubbio, è che volevo partire.
Sono partito perché sono curioso, e non mi fido a farmi raccontare il mondo dai libri e dal cinema. Volevo guidare di persona sulle immense freeway di Los Angeles, come i Chip’s. Volevo pernottare in un motel americano come quelli di Thelma e Louise, mangiare in un fast food coi divanetti come Fonzie. Ho scoperto che si può essere molto tristi in Messico, dove le nuvole ci sono per davvero. Ho sentito che in certe strade di Città del Guatemala l’aria odora di merda e di solvente, ma non per questo è vietato sorridere. Volevo navigare tra le isole dei Caraibi e vedere se erano davvero sincere lo brochure delle agenzie di viaggi. Come sospettavo, nessun luogo è davvero l’inferno. Nessuno è il paradiso.
Sono partito perché ero stanco, mi ci voleva una vacanza.
Sono partito perché magari ci sono posti più belli, sani, onesti e puliti in cui vivere. O magari il posto giusto è quello in cui sono nato e cresciuto. Forse c’è un posto nel mondo in cui mi posso sentire a casa, un luogo in cui tutto venga più facile e leggero. Oppure vale la pena fare la propria parte insieme alla propria gente, fosse anche nella Pianura Padana. Forse, vista da fuori, non è poi una merda la Pianura Padana.
Sono partito per prendermi il tempo di fare alcune cose a lungo rimandate, per dare una chance ai sogni messi da parte per il solo fatto di essere diventato adulto. In passato ho fatto altre cose, col mio tempo. Cose sagge e giuste: lavorare, studiare. Ma non ho smesso di sognare. Ho scoperto che se metti insieme gli strumenti di un adulto alle ambizioni di un ragazzo, ti ritrovi in Nuova Zelanda con un canotto arancione e un conto corrente a tuo nome.
Sono partito per meglio somigliare all’idea che ho sognato di me stesso, come dice un travestito in “Tutto su mia madre” di Almodovar.
Sono partito perché, porca miseria, almeno l’inglese lo voglio imparare.
Sono partito perché volevo sapere cosa significa essere straniero. Figlio di migranti quale sono, ho sempre avuto ammirazione per la gente che, per scelta o per condizione, si confronta con altre lingue, altri climi, altri cibi, altri odori, altri mezzi di trasporto, altre economie, altri sguardi, altri sottintesi, altri pregiudizi. Ho sempre avuto l’istinto di stringere la mano al muratore albanese, alla badante sudamericana, all’avvocato africano che vende DVD pornografici fuori dal Brico Center. Ho sempre sospettato, e ora lo so, che quella gente fa una fatica cane, e si porta dentro una ricchezza che spesso non sa (o non vuole) esprimere. Lo pensavo anche durante uno dei miei ultimi giorni di lavoro, quando con Erick, un quattordicenne ecuadoregno con il quale lavoravo come educatore domiciliare, tentavo di fare i compiti di spagnolo. Lui aveva pessimi voti in quella materia, e quando c’era da studiarla erano grandi scenate di svogliatezza. E sì che nella sua famiglia tutti parlano spagnolo e lui, quanto meno, lo capisce. E io mi arrabbiavo, gli dicevo: “Cazzo Erick, tu non ti rendi conto del culo che hai a sapere due lingue così, gratis, solo per averle sentite da piccolo. Io ti invidio e tu fai tutte queste storie per due esercizi che potresti fare in un minuto e ad occhi chiusi!” Ma per lui il fatto stesso di capire lo spagnolo era una ricchezza inutile, una moneta senza valore. Anzi, era un fardello, significava quella differenza che avrebbe voluto cancellare, per essere semplicemente come tutti gli altri. “Sai,” gli ho detto “molto probabilmente passerò dal tuo paese durante il mio viaggio.” Mi ha guardato come se fossi pazzo. “In Ecuador? E cosa ci vai a fare?” Non me la sono sentita di rispondere che andavo a fare il migrante per gioco, per vedere come ci si sente. Non a lui.
Sono partito per vederci meglio, per conoscere gli altri e me stesso. Mi illudevo anche, lo ammetto, di trovare per strada una risposta alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?” Ma l’unico vero risultato è stato confondermi le idee.
Sono partito, insomma, con tante idee nella testa. Alcune vaghe, altre molto precise. L’unica cosa che posso dire ora è che ne valeva la pena. Suona appropriato questo modo di dire, perché viaggiare con pochi soldi a disposizione è spesso una pena, o almeno una fatica. Posso dire anche che sono contento del fatto che ogni giorno che passa mi avvicina sempre di più al ritorno, anche se non esiste una data precisa né una decisione presa in merito. Ma mi piace l’idea, l’idea di tornare.

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