Quando il padrone di casa è un maniaco sessuale

Questa che sto per raccontare è una storia spiacevole. Non so bene da che parte cominciare, anche perché le cose non sono ancora del tutto a posto e organizzare un discorso comprensibile agli altri mi sembra un’impresa insormontabile. Per questo motivo vi dirò i fatti nello stesso ordine cronologico con cui giovedì scorso Laura e io li abbiamo raccontati al sergente Weston, alla centrale di Polizia di Taupo.

Il 18 ottobre rispondiamo ad una serie di annunci di gente che dà camere in affitto: annunci trovati nelle bacheche al di fuori dei supermercati, come si usa qui. Solo uno di loro non ha ancora trovato un inquilino e si dice disponibile ad accettare una coppia.
Steve, il padrone di casa, è un tipo strano, e questo lo capiamo al volo. Sui cinquanta, un poco ingobbito, magro e nerboruto, la cui faccia mi ricorda da subito quella di certi tossici sopravvissuti, ma i cui modi aristocratici e la lucidità del discorso fanno piuttosto pensare ad un artista intellettuale uscito di scena, magari con una vita sregolata alle spalle. È molto gentile con noi e ci spiega con pazienza e chiarezza le condizioni del contratto. La stanza è abbastanza vicina al centro della città ed è spaziosa, pulita e luminosa, con un ingresso indipendente. La prendiamo.
Quello stesso giorno, dopo aver sistemato le nostre cose, Laura nota una borsa nera appesa ad una lampada accanto all’ingresso. È un portadocumenti di taglio femminile, contenente una selezione di ritagli pornografici organizzati in due ordinatissimi porta-listini. Ma può benissimo appartenere ai suoi precedenti coinquilini, pensiamo. O può anche essere una sua imbarazzante dimenticanza. Siamo gente di mondo noi, non la facciamo troppo lunga: prendiamo la borsa e la infiliamo nell’armadio. Anche se, allo stesso tempo, un primo campanello d’allarme mi si accende nella testa.
Le seguenti due settimane filano via abbastanza lisce: noi lavoriamo tutto il giorno e quando torniamo a casa Steve lo vediamo poco. Ciò nonostante continua ad incuriosirmi. Piccole cose: la disposizione dei mobili del salotto ogni mattina diversa, la decina di occhiali da sole in due file ordinate sul comò, una pulizia e un ordine maniacale…
I primi giorni mi sento decisamente a disagio e sono intenzionato ad andarmene, ma Laura mi fa capire che secondo lei le stranezze di Steve si possono benissimo sopportare. Soprattutto se l’alternativa è tornare a dormire in macchina e ricominciare un’estenuante ricerca di un posto in cui stare. In effetti tutto ciò, entro certi limiti, può anche essere divertente. Col passare dei giorni mi rilasso anche io e arrivo a pensare che, nonostante tutto, si può anche rimanere.
Tutto cambia il 5 di novembre, quando Laura trova sotto il proprio cuscino un paio di occhiali da sole. Né miei, né suoi. Tutti i campanelli ricominciano a suonare allo stesso momento: quello è entrato nella nostra stanza mentre non c’eravamo. Prendo gli occhiali, vado da Steve e glieli sventolo sotto il naso. “Ah,” dice lui “stavo solo dando da bere alla pianta, ho visto che stava morendo…” Gli dico con tutta la chiarezza di cui sono capace che non accetto che nessuno entri nella nostra stanza mentre non ci siamo. Lui all’inizio si scusa, con i suoi soliti modi gentili. Poi d’improvviso si incazza, i suoi lineamenti sembrano trasformarsi mentre dice che ha il diritto di controllare la sua stanza. Gli ripeto il concetto e poi lo lascio stare, perché sta evidentemente perdendo il controllo.
Io e Laura ci chiudiamo in camera un po’ scossi a parlare dell’avvenuto, mentre Steve sbatte porte e borbotta dall’altra parte del muro. A entrambi pare ovvio che quella della pianta sia una cazzata, mentre io penso anche che gli occhiali non gli abbia persi per caso proprio sotto al cuscino di Laura, ma che ce li abbia lasciati apposta: una sorta di messaggio. Andarcene al più presto sembra ad entrambi la soluzione migliore, cercando di non inasprire i toni e allo stesso tempo di stare in guardia il più possibile. Dopo tutto ha in mano i soldi del nostro deposito e noi aspettiamo delle comunicazioni importanti via posta a questo indirizzo.
Il giorno seguente Laura lavora, io sono di riposo. Mentre vago per la stanza rimuginando sull’accaduto mi viene un dubbio: “E se fosse entrato per…” Mi precipito nell’armadio, dove il primo giorno abbiamo messo la borsa nera. La borsa è sempre lì, ma è vuota.
Verso le due del pomeriggio bussa Steve e mi dice sgarbato che nel pomeriggio verrà un elettricista a controllare le luci. Aggiunge in tono sarcastico che mi sta avvisando che potrebbe aver bisogno di entrare nella stanza, mentre mi mostra un SMS dell’elettricista stesso per dimostrarmi che dice il vero.
Ok, penso io, hai lasciato gli occhiali sotto al cuscino e ora mi racconti che stavi cercando di aggiustare la luce che si trova proprio al di sopra del letto, che in effetti di tanto in tanto lampeggia. Ti stai costruendo una verità e me la vuoi dare a bere. Arrivi addirittura a chiamare un elettricista!
“Bene,” gli dico, “se deve venire l’elettricista qua dentro io lo aspetto.”
“Ma non so a che ora” dice lui.
“Non importa, ho tempo da perdere” dico io.
Si incazza di nuovo, inizia ad inveire, dice cose che non capisco. Io colgo l’occasione per sondare il terreno rispetto alla nostra dipartita.
“Senti,” gli dico “se vuoi ci sediamo e parliamo, perché così non si può andare avanti.”
Lui si ritrasforma nell’animale gentile e cerimonioso dei primi giorni, mi accompagna nel salotto, mi invita ad accomodarmi. Parla lui  per primo e mi dice che si sente offeso, perché il giorno prima avevo occhi molto severi quando gli ho detto che non volevo che nessuno entrasse nella mia stanza, e a lui è sembrato lo accusassi di qualcosa. Aggiunge che voleva solo controllare le luci nella sua stanza, nella sua casa.
“Cosa avrei dovuto fare?” aggiunge “aspettare che torni tu?”
“Proprio così” gli rispondo.
“Ma tu torni alle cinque, il tempo dell’elettricista costa soldi, io non posso aspettare te.”
Questo sa a memoria i nostri orari.
“Senti Steve,” gli dico “io sono dell’idea che nessuno debba entrare nella stanza mentre non ci siamo. È il nostro spazio privato per il quale ti pago ogni settimana. Se tu pensi che questo non sia possibile, molto bene, amici come prima.”
“Mi stai dicendo che ve ne andate?”
“Se questa è la situazione, sì.”
“Di cosa mi stai accusando? Io non ho rubato nulla.”
“Non ti accuso di niente, solo di essere entrato nella stanza mentre non c’ero. E poi, se tu trovassi degli occhiali da sole sotto il cuscino di tua moglie, a cosa penseresti?”
“Stronzate!” si incazza lui. “Io dovevo controllare l’impianto elettrico.”
“Ma non dovevi dar da bere alla pianta?”
Lo vedo arrivare al suo limite, sta di nuovo per perdere il controllo.
“Lo so cosa manca nella stanza” gli dico fissandolo negli occhi.
“Cosa? Mi stai dicendo che ho rubato qualcosa? Io non ho rubato niente.”
“No, infatti, non manca nulla che appartenga a me.”
Sembra confuso.
“Di cosa parli?” dice.
“Tu sai cosa, Steve.”
Di nuovo cambia faccia, il tono si fa scherzoso e perde di ogni aggressività. Ma ancora non cede, mi chiede di cosa stia parlando. Accenno alla borsa nera che stava appesa alla lampada il primo giorno.
“Ah,” dice lui sorridendo “ma quella roba non è mia, è di un amico.”
“Senti Steve, non siamo ragazzini, non me ne frega niente se è tua o no. Me la potevi chiedere e io te la ridavo, fine della storia.”
Lui sembra più rilassato, il nostro discorso viene interrotto dal furgone di un elettricista nel vialetto. Io ritorno nella mia stanza in attesa della presunta riparazione e di poter poi riprendere il discorso. Dovrei sentirmi più rilassato anche io: è entrato a cercare le sue riviste pornografiche e se le è riprese, tutto qua. Ma qualcosa non mi convince: continuo a ripensare al modo in cui mi studiava quando gli ho detto Tu sai cosa, Steve. E al quasi sospiro di sollievo che ha tirato quando ha capito che parlavo dei ritagli porno. Deve esserci dell’altro.
L’elettricista non arriverà mai: probabilmente è solo un suo amico che ha chiamato con qualche  pretesto. Quando vedo il furgone allontanarsi torno di là e vado subito al sodo, gli dico che per me  la cosa migliore è andarmene immediatamente e riavere indietro i soldi del deposito. Lui inizialmente si fa forte del contratto, dove è scritto che dovremmo dargli un preavviso di due settimane. Alla fine firmiamo un nuovo accordo, secondo il quale i soldi del deposito serviranno per pagare la nostra ultima settimana. Non è quello che volevo, ma pare proprio che non abbia i soldi da darmi indietro. Alla fine della diatriba, nella quale gli ho detto chiaro che non credo a una parola delle sua storia di piante ed elettricisti e che, vista la situazione, era meglio per tutti separarci quanto prima, Steve ha un’aria afflitta e, poggiando la penna sul tavolo dopo aver firmato il contratto, dice “Tutto questo è molto triste”.
Un’altra settimana qui. Non siamo affatto tranquilli e pensiamo seriamente ad un’altra soluzione, chi se ne frega dei soldi. Intanto il giorno seguente io lavoro e Laura è di riposo. Di comune accordo lei mi accompagnerà al mattino se ne starà in giro tutto il giorno. Prima di uscire piazzo la nostra videocamera in un angolo, nascosta in un mucchio di cuscini e vestiti.
La scena seguente vede Laura in lacrime, fuori dal caffè in cui lavoro. Mi porge la videocamera che ha recuperato quando è passata dalla stanza poco tempo prima. Lo spettacolo che vedo nel piccolo schermo è raccapricciante: Steve entra nella nostra stanza dieci minuti dopo che siamo usciti e inizia a guardarsi attorno. Poi localizza un mucchio di biancheria sporca e afferra un paio di mutandine di Laura, le annusa con ferocia, ansima. Poi si mette a leccarle come un animale, facendo versi di autocompiacimento. Mentre fa tutto questo continua a tenere d’occhio la porta, per controllare che nessuno sia di ritorno. Ecco a cosa serve quello specchio messo ad angolo lungo il recinto!
Laura e io decidiamo di andare alla Polizia a chiedere un consiglio sul da farsi. Abbiamo qualche dubbio, forse condizionati dalle troppe serie TV in cui i mafiosi  appena arrestati si incontrano in commissariato coi testimoni che li hanno appena denunciati e, talvolta, hanno tutto il tempo di mettergli le mani al collo prima che lo sbirro eroe li metta al tappeto. O forse dalle tante storie italiane, realmente accadute, di vendette, inefficienze, impotenza della legge.
Il sergente Weston ascolta la nostra storia, guarda il video e scrive un rapporto dettagliato per ciascuno di noi. È gentile e genuinamente dispiaciuto, arrabbiato quasi quanto me per quello che è successo. Sta almeno due ore ad ascoltarci, aspettando con pazienza il nostro lento articolare delle frasi in inglese, chiedendo delucidazioni e trascrivendo al volo in forma corretta le nostre parole sul computer.  La sua preoccupazione è che risulta difficile trovare un capo d’accusa adeguato per quello che Steve ha fatto, motivo per cui ci tiene ad aggiungere al rapporto un dettaglio a cui noi non avevamo dato peso: prima di uscire dalla stanza, l’uomo sottrae due kiwi dalla tavola. “Il furto è furto,” dice “sono fino a due anni di carcere.”
Ma Weston non ci dà nessun consiglio: il da farsi sembra essere scontato. Ci affida a Bridget, un’anziana donna decisamente tabagista che si occupa di “assistenza alle vittime”, poi prende la macchina e parte a tutta velocità. “Io adesso vado ad arrestare l’uomo e lo porto qui per interrogarlo.” dice Weston prima di andare. “Mentre lui sarà qui a parlare con me, Bridget vi aiuterà a prendere le vostre cose. Non abbiate paura, non lo incontrerete, e là ci sarà uno dei miei ragazzi ad aspettarvi.”
Insieme a Bridget, che ci segue con la sua macchina, partiamo qualche minuto dopo il sergente. “Ragazzi, sono vecchia, non mi perdete!” dice Bridget. “Il limite è 50, ok?”
Ci fermiamo in una via vicina alla casa, nascosti, in attesa di poterci avvicinare in sicurezza. Quando Bridget ci dà l’ok ripartiamo dietro di lei, ma ha decisamente sbagliato i conti e ci manca poco che ci imbattiamo direttamente in Steve in manette. Bridget rallenta e lampeggia con la freccia sinistra. Noi facciamo appena in tempo ad interpretare il messaggio e svoltiamo all’ultimo momento, pochi metri prima di raggiungere la casa. Andrà meglio al secondo tentativo.
Mentre raccogliamo le nostre cose, un agente scatta un sacco di foto e perquisisce la stanza si Steve. Sapremo più tardi che ci avrà trovato dentro due sacchi pieni di biancheria femminile, probabilmente tutte sottratte alle sue precedenti coinquiline.
In questo momento, proprio mentre scrivo queste righe, Steve si trova in tribunale e il suo processo è in corso. Dall’esito dipendono le nostre prossime mosse: andarcene o rimanere. Anche se il singolo reato può non sembrare tanto grave da giustificare una pena detentiva, in qualche modo io me la auguro. Il tipo mi sembra pericoloso e sarà di certo incazzato con noi: non mi va di incontrarlo per strada. Dopotutto siamo pur sempre in vacanza.
Ora siamo ospiti di Dennis, manager del Caffè in cui lavoro, e del suo compagno Terry. Ce la spassiamo un mondo con loro, in questa villa gigante sulle colline appena fuori città, con vista sul lago e sulle montagne ancora innevate. Dennis era presente mentre io e Laura guardavamo il video fuori dal Caffè. “Dovete assolutamente andare alla polizia” ha detto. “E poi venite a stare da me per qualche giorno.” L’ho ringraziato per il gentile invito, deciso a declinare, visto che ci conoscevamo appena. Ma lui, abitualmente giocondo, s’è fatto serio e ha detto “No, dovete venire. Ho uno spazio enorme e mi farebbe piacere.” Ha scritto il suo numero su un foglietto e ci ha dato una piantina della città su cui ci indicava la strada. “Non preoccuparti,” ha aggiunto rivolgendosi a Laura “Con noi sei al sicuro.” Poi mi ha indicato con il pollice e ha detto: “Lui non lo è!” ed è scoppiato in una delle sue sguaiatissime risate.

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