Mao Tse-tung

“Take it easy man, take a break!”
E’ il motto di Leo, il cuoco cinese.
Il ritmo delle ordinazioni cala quasi fino a cessare e in cucina si può finalmente tirare un sospiro di sollievo, dopo un incalcolabile tempo passato in apnea, concentrati e veloci nei movimenti, comunicando a monosillabi. Ma intanto, mentre ero impegnato a fare panini, insalate e tortillas, dalle parti del lavandino è cresciuto un edificio abusivo di piatti, tazze, posate e padelle incrostate di grasso. E mi toccherà lavare tutto.
“Fuck-off!” ho imparato a dire con soddisfacente disinvoltura.
Ma Leo è un tipo che infonde calma. “Prenditi una pausa, man” mi ripete.
Oggi è contento e nervoso allo stesso tempo: i suoi genitori sono in arrivo dalla Cina e sono cinque anni che non li vede. Da quando è arrivato in Nuova Zelanda all’età di ventiquattro anni, infatti, non è mai tornato a casa. Per lui oggi è un giorno speciale, e non ha troppo voglia di rispondere alle provocazioni di Ryan, il nostro collega gallese con cui non sembra andare troppo d’accordo.
“Il tuo Presidente va in galera.” mi dice Ryan, attraversando la cucina con una teglia fumante in mano. Io ho appena finito di lavare i piatti e sto disossando un pollo. Ci metto un po’ a capire e a puntualizzare: “Ex Presidente!”
A quanto pare ha letto sul giornale che Berlusconi è stato condannato a quattro anni, non sa dirmi per quale motivo, e mi chiede se sono contento. Io il giornale non l’ho letto e non so di cosa stia parlando, ma gli do per certo che in galera non ci andrà nemmeno per un giorno. E che a me basterebbe non ritrovarmelo di nuovo Presidente quando torno a casa.
Ed è così, parlando di politica “da cucina” che salta fuori il nome di Mao Tse-tung.
“E cosa dire di Mao?” dice Ryan, voltandosi verso Leo.
“Oh, Mao!” risponde Leo “Era il nostro presidente negli anni cinquanta.”
“E cosa ne pensi tu di Mao?” incalza Ryan.
“Per noi è un eroe, ha fatto molto per la Cina.”
“Cosa?!” dice Ryan fintamente inorridito. “Era un assassino!”
“No, questo è ciò che dicono ma…”
“Ha ucciso milioni di persone!” lo interrompe Ryan.
“Mao è un eroe per il popolo cinese.” ripete Leo.
“E secondo te era un presidente pacifico?” chiede Ryan provocatorio.
“Sì” risponde Leo, già stufo di una situazione che forse ha già vissuto altre volte.
“Mah!” conclude Ryan, con un sorriso incredulo sulle labbra.
“Vedi Ryan,” riprende Leo, mentre apre la cella frigorifera e inizia a cercare qualcosa tra gli scaffali, “il problema è nei mezzi d’informazione. Quello che dicono qua è diverso da quello che dicono in Cina.”
Forse Leo non si rende conto che questa spiegazione non giova alla sua tesi, ma Ryan decide di non infierire. Si limita a chiedere a me:
“Tu che dici, Mao era un eroe o un assassino?”
Resta lì a guardarmi. Anche Leo è spuntato fuori dalla cella frigorifera e mi guarda, in attesa di una risposta.
“Forse tutte e due le cose.” dico io vigliaccamente.
Mi guardano ancora per qualche secondo, cercando di capire se quello che dico ha un senso o se è solo la prima cosa che mi è venuta in mente per togliermi dagli impicci di un discorso che non ho ben afferrato. Poi distolgono lo sguardo senza aggiungere altro. Io torno al mio pollo, ma mi sembra di poter leggere nelle loro teste lo stesso pensiero: “Ancora una volta non ha capito un cazzo questo fucking italian.”

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