Natale a Taupo (mancano solo Boldi, De Sica e la Belén)

Stamane ci siamo svegliati presto: volevamo aprire i regali. Charles, il padrone di casa e ormai a tutti gli effetti un amico nostro, ha preparato una colazione a base di salmone e champagne. “Come si usa a casa mia, in Inghilterra” ha detto. Chris, il suo compagno, non è tipo da feste natalizie, ma fa del suo meglio e si unisce a noi, anche se un po’ assonnato. Ha persino comprato un regalo per Charles e l’ha messo sotto l’albero insieme agli altri.

Il programma è semplice e promettente: mangiare. Ieri abbiamo fatto il pieno di carne e pesce per il barbecue. In frigo c’è birra in abbondanza e io sto per infornare un paio di focacce.
Dylan il cane ha ricevuto da Babbo Natale un collare nuovo ed un coniglio di pezza. Ma ora non ha tempo per giocare. Si aggira per la cucina perché sa benissimo che, per sbaglio o con intenzione, qualche pezzo di grasso finirà sul pavimento. Bob il gatto, invece, ha ricevuto due topolini di peluche, ma pare che preferisca giocare con le stringhe delle scarpe.
Per pranzo Charles decide di iniziare con l’anatra e con le salsicce. A me sembra tutto delizioso, anche se Chris guarda il piatto e dice “Mai fidarsi degli inglesi al barbecue!” (L’altra sua massima è “Mai fidarsi dei cuochi magri. Guarda me!”)
Dopo pranzo il caldo si fa pesante e l’entusiasmo è in calo. Decidiamo di fare un giro sul lago Rotopounamu, a sessanta chilometri da Taupo. Chris non si unisce a noi: preferisce chiudersi nella sua “caverna”, la stanza piena di computer, piatti e bicchieri vuoti in cui passa gran parte del suo tempo libero. In compenso verrà Dylan, che ha già preso posto accanto al finestrino.
Il lago Rotopounamu è piccolo e silenzioso. Si trova in mezzo a una foresta e lo si può raggiungere solo camminando. All’ingresso del sentiero un cartello dice “No dogs.”
“Merda!” dico io.
“Oh no!” dice Laura.
“Non importa.” dice Charles avviandosi, “Io non l’ho visto il cartello. Voi l’avete visto?”
“No.”
“No.”
“Wof!”
Dylan sembra l’unico a non porsi il problema. Tira il guinzaglio con entusiasmo verso il primo albero da marcare.
Lungo il sentiero che percorre il perimetro del lago, la foresta è talmente fitta che lo specchio d’acqua non si vede: lo si può solo intuire nascosto oltre gli alberi. Ci si presenta davanti nella sua  solitaria semplicità quando imbocchiamo un altro sentiero che porta ad una piccola spiaggia. Nessuno ha pensato di venire qui oggi, a parte noi.
Dylan è alle prese con la prima nuotata della sua vita, ma non sembra troppo entusiasta. Laura e Charles si immergono completamente nell’acqua fredda, cercando un po’ di sollievo, mentre io preferisco starmene seduto su un tronco d’albero, dove presto anche loro mi raggiungeranno. (Tutti tranne Dylan, che dalla riva guarda insistentemente le oche nuotare al largo. Troppo al largo per lui.)
“Questo è il miglior Natale che abbia vissuto qui in Nuova Zelanda” dice Charles. E ci ringrazia. Vive qui da cinque anni, ma non c’era mai stato un albero a luccicare in salotto prima. Né i regali, né il barbecue. Nessuna gita fuori porta. Anche noi siamo contenti di questo Natale, il secondo lontano da casa. Il secondo senza maglione, senza le lasagne della nonna, senza l’odore del caffè dopo pranzo.
È ora di tornare. Abbiamo una missione da compiere: mangiare. Mangiare l’altra metà del ben di dio messo da parte per oggi. Cosa rimane ancora? Gamberi, braciole, hamburger fatti in casa… E birra.

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