Papaveri, carote e libertà provvisoria

La chiamano Tall Poppy Syndrome, Sindrome del Papavero Alto. “Se sei meglio degli altri” dice Chris fendendo l’aria con la mano tesa “ti tagliano via! Ti riportano allo stesso livello come fanno con i papaveri.” Lui ne fa una questione di classe: sostiene che qui in Nuova Zelanda imperi la working class, che lo standard prescriva il seguire le partite di rugby, bere fiumi di birra e ascoltare musica pop. “E io sono sempre stato diverso.” dice, “Per questo, anche se sono nato e vissuto qui, mi sento uno straniero.”

Infilzo un paio di gnocchi con la forchetta e me li infilo in bocca. Mi rabbuio. Oggi è stato il mio ultimo giorno di lavoro al Taste Café e sono deluso da questi ultimi tre mesi. Non sono un papavero alto, ma mi sento reciso. Nell’entusiasmo.
Come spiegarlo senza vittimismo? Difficile. Diciamo che ho fatto del mio meglio, e qualche volta meglio degli altri. Ho messo tutta la cura possibile tanto nel fregar padelle quanto nel cucinare uova, ma i miei slanci sono andati perduti nell’apparente indifferenza dei colleghi. I miei rotondissimi crostini di parmigiano finiranno nel giro di una settimana e poi si tornerà a quelli maciullati e bruciacchiati che si facevano prima. Quando sono arrivato avevo molto da imparare e si vedeva. Ma a nessuno è venuto in mente che potessi avere anche qualcosa da insegnare. Guai! Insegnare sembra essere una parolaccia da queste parti. Al di là di tutto, io volevo solo partecipare, questo è quanto.
Non mi sento un papavero alto, ma piuttosto una delle tante carote che ogni giorno passano nel frullatore di quella maledetta cucina. Grattugiata una, sotto un’altra. È questione di uno, due secondi e nessuno fa caso ai meriti di ciascuna carota, a quanto fosse succosa o rinsecchita, di un arancione brillante o spento. Sotto un’altra, punto.
“L’unica cosa positiva del lavorare al Taste” ho detto a Dennis “è che abbiamo conosciuto te e Terry!” E lui è scoppiato in una delle sue risate. Chissà se mi ha preso sul serio… A pensarci bene sono anche contento di aver conosciuto Leo, il cuoco cinese, un po’ pasticcione ma buono come il pane. Abbiamo parlato spesso io e lui, seduti sulle cassette del latte nel retro della cucina, tra i bidoni dell’immondizia e le scope. Mi ha raccontato il suo punto di vista sulla Cina, davvero troppo piena di gente. Mi ha detto di quella volta che, ubriaco, è finito nei guai per aver picchiato un tassista e un poliziotto. Mi ha parlato del suo disamore per i giapponesi, ladri di isole che apparterrebbero alla Cina. Mi ha confidato il suo sogno di aprire un ristorante tutto suo. Gli auguro di riuscirci un giorno.
In ogni caso la parentesi è chiusa, il mio contratto anche. Sono di nuovo un uomo libero, almeno finché non finiscono i soldi. Diciamo che sono in libertà provvisoria.
Non ho avuto occasione di dire good bye a Darren, il mio datore di lavoro (che poi è un modo carino per dire che non mi ha neanche salutato) e questo fatto mi riporta al luglio scorso, ad un altro ultimo giorno di lavoro. Eravamo a Talara, Perù, e io avevo fatto il pizzaiolo da Don Maximo per circa un mese. Sedevamo sul marciapiede fuori dal locale, in cerchio. Marcos, il proprietario, aveva provveduto alla birra e al Pisco. In abbondanza. C’eravamo tutti, dallo chef ai ragazzini delle consegne. Di tanto in tanto spuntava fuori qualche pizza fumante e la si faceva girare. La despedida dell’italiano era un pretesto per stare insieme. Un altro stile, un altro mondo.

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