Una bolla di lamiera in mezzo alla tempesta

4 – 5 febbraio

Il traghetto per Picton, South Island, parte domani alle 2 pm. Facciamo il biglietto al Terminal della Bluebridge e quando facciamo per uscire la pioggia ci ferma sulla porta. Oggi il cielo è un batterista di heavy metal con le palle al rovescio: doppio pedale e tante paia di bacchette da spezzare, colpo dopo colpo, sul bordo del rullante. Litri d’acqua riempiono lo spazio oltre le vetrate, cadono pesanti come ghiaia sull’asfalto, coprono i rumori del traffico e le voci della gente dall’altra parte della strada.
Uscire di qui ora sarebbe come rovesciarsi in testa il secchio dei gavettoni. Ne approfittiamo per darci una lavata nei bagni del Terminal, particolarmente puliti e spaziosi. Mentre con la mano destra cerco di convogliare un po’ d’acqua all’ascella sinistra, col braccio proteso in avanti come Superman, penso che ne ho abbastanza di vita spartana. Ma Laura e io non abbiamo trovato altri modi per poter viaggiare a lungo con pochi soldi in tasca. E se vogliamo andare in Cina, dobbiamo continuare ad eliminare tutte le spese superflue e a ridurre al minimo quelle necessarie. Niente alberghi, niente campeggi, né tanto meno ristoranti. I pasti si comprano al supermercato, a seconda delle offerte, e si cucinano sul fornello da campeggio. Per dormire, per lavarci e per Internet sfruttiamo le risorse gratuite del territorio, se ci sono: aree di servizio, fiumi, laghi, bagni pubblici, biblioteche… Niente svaghi turistici: no alle escursioni guidate, alle gite in barca. No alle mostre ed ai musei a pagamento.
Sono certo che qualcuno penserà che tutto questo non ha senso, e sempre più spesso mi ritrovo a pensarlo anch’io. Come adesso, che il lavandino ha esondato e mi sono bagnato le scarpe. Ma se Laura e io abbiamo potuto viaggiare per un anno intero con il budget di una crociera di due settimane è anche grazie all’austerità assoluta che ci siamo imposti. Ci siamo persi tante cose, è vero. Ma abbiamo avuto l’opportunità di conoscere le persone nei luoghi in cui ci siamo fermati, abbiamo mangiato quello che mangiavano loro e agli orari in cui lo facevano loro. Abbiamo imparato la loro lingua e alcune delle cose che non si dicono a parole. Abbiamo soprattutto fatto l’esperienza di essere stranieri, e ogni volta è stata diversa. Ci siamo persi tante cose, ma abbiamo avuto ciò che ci premeva di più.
La pioggia non diminuisce. Abbiamo temporeggiato fin troppo, usando le poltroncine e la connessione gratuita della sala d’aspetto. Ora non ci resta che correre fino alla macchina. Ci bagneremo.
Dobbiamo trovare un posto per la notte e ci allontaniamo dalla città seguendo la costa. Dallo specchietto retrovisore vedo l’immagine liquida delle biciclette. Sono al loro posto, sul loro supporto installato sul gancio di traino, ma oscillano a destra e a sinistra in modo sempre più preoccupante. Ci fermiamo a dare un’occhiata e io stringo la vite del porta-biciclette per farlo aderire meglio al gancio di traino. Ripartiamo tenendo d’occhio lo specchietto, ma le cose non cambiano: il vento sembra voler strappare via tutto il blocco e buttarlo a mare. Al primo paese a nord di Wellington ci fermiamo sotto la tettoia di un benzinaio. Controllo di nuovo il porta bici, ma è ben stretto sul gancio e non ha nessun danno. Mi accorgo che è il gancio stesso ad essersi svitato un poco, probabilmente durante il viaggio. Chiedo al benzinaio di prestarmi degli attrezzi e lui esce per darmi una mano. In due cerchiamo di smuovere il crosso bullone, ma senza successo. Il meccanico dell’officina accanto spunta fuori e dice “È bloccato, l’unica soluzione è tagliarlo e metterne uno nuovo.” È quasi buio e per oggi non possiamo farci niente. Le officine stanno per chiudere e non ci resta che andare al parcheggio sulla spiaggia, quello con i bagni pubblici, che abbiamo visto lungo la strada ad un paio di chilometri da qui.
Ci aspetta una notte d’inferno. Le onde si sollevano alte e grigie come muri e si infrangono sugli scogli a pochi metri da noi. Il vento sibila tra le fessure dell’abitacolo e scuote la macchina, la scuote come fosse un pupazzo gonfiabile ancorato ad un sasso. La pioggia continua a picchiare da tutti i lati e di tanto in tanto qualche goccia ci arriva addosso. Pigiamo della carta igienica nei punti in cui mancano le guarnizioni dei finestrini e la situazione migliora un po’. O forse siamo troppo stanchi e ci addormentiamo, in una bolla di lamiera quasi impermeabile in mezzo alla tempesta.
Il mattino seguente le condizioni climatiche non sono cambiate di molto, ma piove meno. Torniamo a Wellington e per prima cosa ci fermiamo da un meccanico a chiedere un consiglio per il porta-biciclette. Anche lui cerca di smuoverlo e non ci riesce, ma dice che va bene lo stesso se lo usiamo solo per le bici. Non siamo tanto convinti, ma decidiamo di rinviare la soluzione del problema a domani, quando saremo dall’altra parte dello stretto e, forse, avrà smesso di piovere. Compriamo da mangiare al supermercato e ci mettiamo in coda per salire sul traghetto.
Se avevamo una mezza idea di arrivarci in barca, in Cina, l’abbiamo cambiata.
Attraversiamo lo stretto di Cook in mezzo a una tempesta e il traghetto, che visto dal porto sembrava un palazzo di cinque piani, ora è una barchetta di carta in balia delle onde. Onde sempre più alte e più lunghe. Ti senti salire, salire, e poi cadere tutto in una volta nel vuoto, mentre vedi la prua andare a sbattere contro un muro d’acqua più alto di lei e far esplodere schiuma bianca sul ponte e sulle vetrate. In pochi possono godersi lo spettacolo. I tanti turisti allegri hanno spento i sorrisi, hanno posato le guide illustrate e le macchine fotografiche ed ora sono pallidi in volto, tengono in mano un sacchetto di carta che quasi di sicuro useranno. Io mi sposto verso la poppa, nel corridoio tra il bar e i bagni, e mi siedo per terra. Cerco di respirare profondamente e di non guardare gli altri. Mi preoccupo un poco quando vedo una donna dell’equipaggio, che dovrebbe essere in giro a sorridere e a tranquillizzare, sedersi a terra dietro al bancone del bar e vomitare nel sacchetto, mentre una sua collega cade a terra mentre cerca di attraversare il corridoio.
Tutto questo dura circa quattro ore e poi smette. Il sole torna fare calore e luce proprio mentre iniziamo a navigare tra i primi lembi di terra dell’Isola Sud. Dobbiamo addentrarci tra isole e penisole prima di sbarcare a Picton, e la sensazione è quella di stare sospesi in una valle immensa ed allagata, come se una diga enorme si fosse rotta e se sotto questo mare turchese ci fossero stati un tempo villaggi, pascoli e strade. Le isole si alzano intorno a noi in colline di un verde acceso, lo stesso verde che a nell’Isola Nord era ormai scomparso, ingiallito dal sole estivo.
Ci siamo, le ruote toccano terra ed inizia il secondo capitolo della nostra storia neozelandese. E c’è il sole.

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