Wanaka e la voglia di partire

Il giorno di San Valentino arriviamo a Wanaka, la piccola città in cui abbiamo scelto di vivere per i prossimi mesi. Kiwi, il lamierone, ci ha regalato migliaia di chilometri collezionando guasti anche seri, emanando odori di bruciato e perdendo liquidi, ma senza mai fermarsi davvero. Ci ha portati a destinazione, anche se tante volte siamo stati sul punto di arrenderci, di cercare un rottamaio e farla finita. E invece eccoci a spegnere il motore all’ombra di un grosso albero, nel lungo parcheggio di ghiaia in riva al lago. Scendiamo dalla macchina e allunghiamo le schiene incurvate da giorni e giorni di viaggio. Sappiamo bene quali dovranno essere le nostre prossime mosse: trovare un lavoro, trovare una casa.

Non siamo più gli stessi che atterrarono ad Auckland il 23 agosto scorso, né tanto meno abbiamo addosso i sorrisi beati di quando lasciavamo l’aeroporto di Linate l’11 ottobre del 2011, con gli zaini che scoppiavano d’entusiasmo. Adesso gli scoppiati siamo noi: siamo stanchi, lo dobbiamo ammettere a noi stessi. Non stanchi di viaggiare, di vedere colori mai visti prima, di imparare lingue diverse o di scoprire gente straniera. Siamo stanchi di…
“Ma tu sei stanca?” chiedo a Laura, improvvisamente incerto se parlare anche a nome suo.
“In che senso?”
“Stanca di viaggiare intendo.”
“Di viaggiare?”
Ci pensa. Poi dice: “Non sono stanca di viaggiare, sono stanca di… Rattoppare.”
Rende l’idea. Rattoppare come accontentarci sempre, fare i salti mortali per risparmiare un euro, perché ogni euro risparmiato allontana di un’ora la fine di questo viaggio. E questo comporta una dose di scomodità, frustrazione e rinuncia che va attentamente bilanciata con il nostro stato d’animo e la nostra condizione fisica, per non perdere il senso di tutto. E nel pensare a questo mi rendo conto di non aver mai avuto tanti acciacchi come ora in vita mia, a cominciare da questo mal di schiena pungente e continuo, forse dovuto al tanto guidare. Forse.
Nella quiete della biblioteca di Wanaka aggiorniamo e stampiamo una decina di copie dei nostri curriculum. In poche ore battiamo tutti i bar e ristoranti: molti dicono no, perché la stagione è in declino, qualcuno dice forse, e prende il curriculum con la promessa di farci sapere. Laura fa una prova in un bar per un posto al bancone. Mentre lei cerca di fare un cappuccino decente, con la schiumetta e tutto, io parlo con lo chef di un ristorante, ma non riesco proprio a rendermi accattivante. Se mi guardo da fuori vedo uno straccio da pavimenti usato da tutti e due i lati.
Nessuno di noi due ottiene nulla di concreto, solo i classici “Le faremo sapere.” Lo sappiamo che non sempre si può trovare un lavoro in un’ora, che basta aspettare un paio di giorni e l’occasione arriverà. Ma ci riesce difficile lo stesso crederci.
La soluzione arriva, ma in modo imprevisto. Fuori dal giro della ristorazione, un po’ per caso e un po’ per una nostra intuizione (non so ancora se fortunata). Nel bagno del campeggio in cui passiamo la nostra prima notte, attaccato alla parete un cartello dice: “Cercasi una persona o una coppia per mantenere pulito e ordinato questo campeggio. Chiedere di Glenn in ufficio.” perché non tentare? Magari il lavoro non sarà un gran che, ma il posto è bellissimo. A sei chilometri dal centro, proprio sulla riva del lago nel punto in cui diventa fiume. Che importa se c’è da fare le pulizie, se si può vivere qui? E poi, basta cucine. Basta ritmi stressanti e cuochi nervosi, in competizione continua.
Alla fine salta fuori che pagano anche meglio che nei ristoranti. Due dollari in più all’ora rispetto al Landing, che nel frattempo mi ha offerto un lavoro che lascerò dopo due sole serate. Accettiamo il lavoro, con l’intenzione di farne la mia principale occupazione, mentre Laura (meno acciaccata di me) cercherà un altro lavoro per la sera. Lo troverà da Francesca’s, il ristorante italiano e pizzeria della città.
Il lavoro qui al campeggio consiste nel pulire i bagni e la cucina, e di solito io e Laura lo facciamo insieme. Ci toccano poi alcune ore di giardinaggio in cambio dell’alloggio (che poi è una roulotte vecchia di trent’anni, ma con vista panoramica). I nostri diretti superiori sono Vicky e James, una coppia di sessantenni che circa un anno fa ha deciso di vendere casa e di comprare un bus, nel quale vivono un po’ qua e un po’ là a seconda delle stagioni. Sono un po’ pedanti, ma simpatici.
Abbiamo un lavoro e una casa a Wanaka, nel più bello dei posti, ma se fosse per noi partiremmo subito per l’Asia. Andremmo a riposare e passeggiare a passo di turista: ogni giorno un pasto caldo seduti a un tavolo, ogni notte un letto dalle lenzuola fresche. Perché sentiamo di essere vicini a perderlo quell’equilibrio, e se la frustrazione supera il piacere di essere dove siamo, allora esserci non ha più senso.
Ma non vogliamo tornare a casa, non è ancora il momento. E allora sì, ci serve un lavoro, perché il nostro conto neozelandese langue e il cambio con l’Euro è svantaggioso. Ne discutiamo a lungo, Laura e io, e sembra proprio che non ci sia scelta. Dobbiamo tenere duro ancora un po’.
vivere in roulotte in nuova zelanda

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