Da Wanaka a Singapore, via Sydney

1-3 maggio

Abbiamo lasciato Wanaka sotto un tappeto di foglie, giusto un attimo prima che arrivasse l’inverno. Le giornate erano ormai brevi e le cime intorno al lago bianche di neve. Ma le infinite gradazioni di gialli e di rossi non si erano ancora spente, e a seconda della posizione del sole ogni albero cambiava faccia e colori. Colori che non avevo mai visto prima.
A Wanaka abbiamo lasciato un mondo che era ormai il nostro. Luoghi, abitudini e soprattutto persone. Due sere prima di partire abbiamo cenato con Gersende e Cyril, una coppia di francesi con cui avevamo fatto amicizia e che avrebbe poi preso alloggio nella roulotte in cui vivevamo noi, in cambio di qualche ora di lavoro al campeggio. Rimarranno lì per l’inverno, come noi siamo rimasti per l’estate. Anche loro, stregati da quel luogo, non hanno voluto sentire ragioni. Vani sono stati i miei consigli di spostarsi in un luogo magari più “contaminato” dal turismo, ma meno disperatamente isolato. Anche loro hanno bisogno di risparmiare qualche soldo prima di riprendere il viaggio e tuffarsi in Indocina.
Alla cena erano invitati anche Nick e Karen, una coppia di inglesi che da qualche giorno avevano preso il nostro lavoro al campeggio, mentre noi recuperavamo energie e regalavamo cose in giro per rendere gli zaini di nuovo leggeri. Anche Nick e Karen passeranno l’inverno a Wanaka, anche loro risparmieranno soldi per viaggiare ancora. Ma non in Asia, perché è da là che arrivano. Hanno passato alcuni mesi in Corea del Sud, dove lui ha lavorato come ingegnere, e poi hanno viaggiato per tutta l’Indocina. La loro prossima tappa sarà l’America del Sud.
A Wanaka abbiamo lasciato anche Natsuko, che da un paio di settimane aveva comprato un furgone Ford e si era trasferita in una zona remota del campeggio, dove i suoi animali possono scorrazzare liberamente. “Stare nel bungalow è troppo costoso e il mio conto va sempre più giù” ci aveva detto durante uno dei tè pomeridiani presi insieme nella nostra roulotte. Peccato che ora stia arrivando l’inverno, che da quelle parti è decisamente rigido. Per il momento si arrangia scaldando il piccolo ambiente del furgone con taniche d’acqua bollente, dato che dove ha deciso di stare non c’è elettricità. Ma a scaldarla, immagino, sono soprattutto gli animali. Yashi, il cane dagli occhi grandi, e i suoi quattro gatti. Ognuno di loro ha un piccolo spazio dedicato nel piccolo abitacolo, a seconda delle sue esigenze. Il gatto Kyu, con problemi di deambulazione, può salire e scendere dal letto a suo piacimento grazie a una rampa fatta di due cuscini e una tavola bodyboard.
La sera prima di partire abbiamo cenato da Francesca’s, il ristorante di cucina italiana in cui ha lavorato Laura. Insieme a noi c’erano Nicolas e Silvia, suoi colleghi italiani, entrambi giovanissimi (19 anni lei, 24 lui) che hanno deciso di andarsene dall’Italia e farsi una vita altrove. In Nuova Zelanda per il momento, poi chissà.
Prima di partire per un lungo viaggio credi di stare facendo qualcosa di eccezionale, qualcosa che molti hanno sognato, ma che pochi hanno avuto il coraggio di fare prima. Invece ne abbiamo incontrate tante di anime fuori posto, lontana da casa e dagli affetti. Gente che ha viaggiato per anni, magari a più riprese. Persone che hanno chiamato casa la Norvegia, e poi allo stesso modo la Thailandia o l’Australia. Qualcuno sembra aver perso l’orientamento e non sapere più su quale sedia appoggiare il sedere, qualcun altro invece mostra una lucidità assoluta e la consapevolezza che dovunque vai, alla fine, è sempre con te stesso che te la devi vedere.
C’è chi si muove per soldi, chi per cercare se stesso, chi semplicemente per curiosità o per “vedere il mondo prima di sistemarsi”. E in Nuova Zelanda più che altrove ne abbiamo incontrati molti, soprattutto provenienti da quei paesi in cui la gente normale può permettersi il lusso di avere un vuoto da colmare: europei, statunitensi, canadesi, australiani, giapponesi… Pochi italiani, questo sì.
Ma tutta questa gente, di cui anche noi facciamo parte, non ha molto a che fare con i migranti veri e propri, certamente più numerosi. Loro viaggiano una volta sola e per sempre e si spostano per altri motivi, che hanno più a che fare con la necessità di far fronte a mancanze materiali che con la sete di conoscenza o carenze spirituali. Per quanto riguarda la Nuova Zelanda, molti migranti vengono dall’Asia: cinesi e indiani, per citare i più evidenti, arrivano in flussi regolari e popolano quartieri, aprono negozi, iniziano una nuova vita a metà tra quella vecchia (a cui probabilmente non torneranno mai) e quella nuova.
Abbiamo lasciato Wanaka ed era quello che per lungo tempo abbiamo desiderato. Ogni giorno fissando il calendario e soppesando con lo sguardo la mole crescente dei giorni andati contro quella sempre più sottile dei giorni rimasti.
Il giorno della partenza ci siamo svegliati in fibrillazione per le poche cose che restavano da fare. Ma allo stesso tempo avevamo già addosso une leggerezza ritrovata, quella tipica del primo giorno di vacanza. Una lunga vacanza, in luoghi dai nomi evocativi come Australia, Singapore, Malesia, Thailandia… E poi Vietnam, Laos, Cina. E ancora!
A Queenstown passiamo due giorni e due notti in attesa del volo per Sydney. Il nostro ostello, il Queenstown Adventure, è il più bello che abbia mai visto: divani, mega schermi, una cucina enorme e accogliente, ambienti freschi e puliti. Addirittura una camera di sicurezza con serratura a combinazione all’interno della quale ognuno ha un suo armadietto, che a sua volta può essere chiuso a chiave. Dentro ad ogni armadietto c’è una presa (due per quelli più grandi) in cui caricare cellulari e laptop. Questa sì che è cura per i particolari. Nella stessa camera di sicurezza sono appese mountain bike e biciclette da corsa, disponibili gratuitamente. Altrettanto gratuitamente si possono fare telefonate internazionali. Insomma, questo sì che è un buon inizio, decisamente in linea con le nostre nuove regole.
Durante il giorno passeggiamo per le strade del centro, sotto un cielo pesante di pioggia. Ci rendiamo conto che il posto è più bello e interessante di come l’avevamo giudicato durante la nostra prima visita e facciamo inutili considerazioni sulla nostra scelta, forse sbagliata o forse no, di stabilirci a Wanaka e non proprio a Queenstown. Ma ormai è andata, e anche se è stata dura ora abbiamo in tasca più o meno la stessa somma che avevamo quando siamo partiti dall’Italia. Potremmo ricominciare tutto daccapo, se lo volessimo.
3-6 maggio
Atterriamo a Sydney verso mezzogiorno. Sebbene si trovi a poche ore di volo da Queenstown, qui la giacca a vento e la felpa non servono. Abbiamo tre giorni e nessun programma preciso, se non guardarci attorno nell’attesa del prossimo volo.
Il nostro ostello, il D*Lux, è il più squallido che abbia mai visto, tanto per riportarci in contatto con la realtà. Letti sgangherati, mobili sfondati, porte che non si chiudono. Lo stabile è molto vecchio e l’insegna gialla all’esterno, malgrado conti ben quattro stelle, si distingue dalle altre lungo la strada per la sua decadenza. Ma, al di là delle apparenze, il fatto è che tira una brutta aria. C’è molta gente che ci vive in pianta stabile e altra gente che ci lavora – svogliatamente – in cambio di un posto letto. Tutte queste persone formano un mondo a parte, che mal si amalgama con quello dei clienti occasionali che, come noi, non sanno dove sono padelle e fiammiferi. E nessuno glielo dice.
Depositati i bagagli ci tuffiamo nella città. Siamo affamati e compriamo un kebab lungo la strada, ma non è facile trovare un posto in cui sedersi a mangiarlo. Le città come questa non sono fatte per sedersi. Sono fatte per orbitarci dentro come topi da corsa. I palazzi altissimi sono alveari da cui entrare e uscire alacremente a orari stabiliti. Ma, effetto collaterale forse sfuggito ai loro architetti, dalla solitudine serale di quei balconi si gode di un punto di vista distaccato sulla distesa di luci impazzite che si muovono là sotto. Un punto di vista che quotidianamente ricorda alle persone il tipo di vita che hanno scelto. Forse, avere un balcone oltre il ventesimo piano aiuta a fare autocritica, a rinnovare le proprie scelte di vita. O a farla finita (magari cambiando casa).
Per le strade di Sydney ricompare tutto ciò che in Nuova Zelanda sembra non esistere. Nemmeno ad Auckland o a Wellington, per quanto abbiamo potuto notare noi. La gente che vive in strada, tanto per cominciare. Non lontano dall’ostello c’è un vecchio un po’ matto che sta tutto il giorno ad uno sportello bancomat, fingendo di prelevare e facendo complimenti a tutte le donne che passano. Incontriamo tanti senza tetto, di solito muniti di trolley a cui legano materassi arrotolati, per facilitare gli spostamenti durante il giorno. Ci sono poi i clacson e folle di persone che camminano in fretta senza guardarsi intorno.
Una cosa che notiamo è che la gente sorride molto meno di quanto non facesse in Nuova Zelanda. A cominciare dal poliziotto dell’Immigrazione all’aeroporto. Passaporto in mano e zaino in spalla gli ho detto “Salve!” “Togliti il cappello” mi ha risposto.
I tre giorni a Sydney scorrono all’insegna del turismo: lunghe passeggiate, visita al Museo di arte moderna, all’acquario e allo Zoo. Facciamo anche un assaggio di cucina vietnamita in un ristornate, tanto per preparare il palato per i prossimi mesi in Indocina. Ma tre giorni sono davvero pochissimi, e prima ancora di renderci conto di essere davvero a Sydney, un nuovo aereo ci catapulta in un’altra grande, sbalorditiva città: Singapore.

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