Storie di frontiera: tra Vietnam e Cina

Arriviamo alla frontiera con la Cina nel tardo pomeriggio, dopo un’estenuante giornata iniziata alle 5 del mattino, quando picchiettando sul finestrino di una piccola Hyundai Gets nel centro di Hanoi abbiamo svegliato un taxista per farci portare alla stazione. Non l’ho invidiato, il taxista, mentre si stropicciava gli occhi, tirava dritto lo schienale del sedile e si chinava a cercare le scarpe, finite dietro ai pedali.
Dieci ore e mezza di treno. Lento. Lentissimo. Ma sempre meglio dei famigerati sleeping bus sui quali abbiamo viaggiato fin ora: nient’altro che carri bestiame per turisti che pagano bene. Non ci sono sedili sugli sleeping bus, solo tre file di lettini minuscoli con lo schienale leggermente rialzato, di solito non regolabile. Non puoi stendere del tutto le gambe se sei più alto di un metro e mezzo, non puoi dormire sul fianco per via dell’inclinazione, non c’è spazio per le braccia e non puoi fare altro che intrecciare le dita sul petto come i morti. E non puoi fare a meno di pensare che una bara, con la sua fodera bianca e quel minimo, ormai inutile, spazio vitale, sarebbe più confortevole.
Una volta ci è anche capitato di finire in fondo al bus, dove i lettini sono cinque, attaccati l’uno all’altro. Io mi trovavo tra Laura e un australiano alto un metro e novanta, pelosissimo. Faceva caldo, nonostante l’aria condizionata, e non potevo muovermi: ognuno doveva fare la sua parte nel gioco di incastri. Non potevo alzarmi perché una volta riempito il bus, non contento, l’autista ha venduto una serie di posti sul pavimento a viaggiatori locali, che si sono stesi lungo i corridoi sulle loro stuoie.
Per fortuna alle due e mezza della notte abbiamo rotto lo sterzo e abbiamo potuto scendere per un po’, per quelle tre ore che l’autista ci ha messo a smontare il braccio a martellate, farlo riparare da un meccanico lungo la strada e rimontarlo, ricominciando poi a guidare come un cane. (Un cane alla guida di un carro bestiame. Non è divertente? No.) Insieme agli altri occupanti del bus ci siamo riversati lungo il marciapiede, dove una donna stava aprendo il sue “negozio”. (Sarebbe a dire che stava togliendo un telone che copriva un paio di scatole di polistirolo piene d’acqua, nella quale erano immerse le bibite in vendita, e una serie di sedie e sgabelli di plastica erosi dalle piogge.) Si è affrettata a far accomodare quanta più gente possibile: non le sembrava vero di iniziare a fare affari così presto.
Dieci ore e mezza di treno, dicevo, per arrivare al confine con la Cina. Decidiamo di sconfinare subito, anche se siamo stanchi, in modo da agevolare la ricerca di un bus per Kunming l’indomani mattina. Abbiamo imparato che essere già dalla parte giusta fin dal mattino può evitarci eventuali imprevisti e code che rischierebbero di farci perdere intere giornate. Così ce le becchiamo subito le code. E gli imprevisti.
Ogni frontiera comporta almeno due controlli: uno per uscire dal paese in cui si è stati, l’altro per entrare nel nuovo. Io passo il primo controllo egregiamente, il poliziotto non ha niente da obiettare. Oltre il metal detector mi fermo e aspetto Laura, che era in coda dopo di me. Ma la cosa va per le lunghe, il tipo si rigira il passaporto tra le mani infinite volte, guarda le pagine in controluce. Poi si sofferma sulla copertina, che è un po’ scollata per via delle piogge prese, l’umidità, il sudore e le varie avventure in barca. Laura prova a spiegarglielo, ma il tipo scuote la testa. La fila di viaggiatori in attesa cresce continuamente. Alcuni si affacciano per chiedere se possono passare, ma il poliziotto li ricaccia indietro. Infine si gira verso di me e mi chiede di nuovo il passaporto: lo ricontrolla, lo confronta con quello di Laura e me lo restituisce.
Decide che non si fida, le chiede di seguirlo. Vedo che vanno verso una stanza, forse un ufficio dietro oltre la fila dei terminali, ma li perdo di vista. Io sono ufficialmente uscito da Vietnam e non posso rientrare. Laura, a quanto sembra, non può uscire. Pochi minuti dopo il poliziotto mi chiede di tornare indietro, di andare anch’io in quell’ufficio.
Nella stanza c’è solo una scrivania e un armadio di metallo, appoggiato al muro per il lato corto, che nasconde dietro di sé una porzione di stanza che non possiamo vedere (ma dev’esserci un bagno, a giudicare dai rumori che il poliziotto emette quando vi sparisce dietro). Le pareti sono bianche e spoglie, appena chiazzate di giallo dall’umidità. Nessun quadro, non un calendario o una foto di Ho Chi Minh: solo un condizionatore nuovo di zecca. C’è un ragazzo cinese insieme a noi, e un altro poliziotto seduto alla scrivania intento a parlare con quello che ci ha accompagnati. Insieme esaminano i passaporti, discutono. Poi ci dicono di aspettare ed escono dalla stanza. Il ragazzo cinese ci spiega il suo problema: si sono “dimenticati” di timbrargli il passaporto quando è entrato e ora, probabilmente, dovrà pagare “qualcosa”.
Il poliziotto che ci fermati allo sportello rientra nella stanza. Con lui ce n’è un altro che non abbiamo mai visto. Quello che ci ha fermati fa cenno al ragazzo cinese di seguire il suo collega, indica l’armadietto di metallo. Il ragazzo si alza e insieme al poliziotto vi sparisce dietro. Ne escono dieci secondi dopo, entrambi sorridenti. Il ragazzo cinese sembra decisamente sollevato e nell’andare via cerca la mano dell’altro poliziotto (quello che ha “arrangiato le cose”, apparentemente). Vuole stringergliela in segno di gratitudine, ma quello lo liquida sbrigativamente. Quanto gli sarà costato questo scherzo? mi chiedo.
Ci lasciano di nuovo soli nella stanza. Io e Laura decidiamo che, dovessero chiederne, soldi non gliene diamo. Assolutamente. Per principio.
Come prima cosa chiediamo che ci facciano una ricevuta ufficiale (tra Messico e Guatemala è una mossa che funziona). Se dicono di no, chiediamo di telefonare all’ambasciata italiana (il che sarebbe solo un bluff, visto come funzionano le cose da quelle parti). Infine, se si impuntano a non far uscire Laura e non mi lasciano tornare indietro, diciamo “Grazie, arrivederci.” Laura torna indietro e prova a passare il confine domani mattina, mentre io l’aspetto ad Hekou, in Cina.
La cosa va avanti a lungo. Di noi si occupa un agente più giovane, che parla inglese e ha un’aria distinta. Porta gli occhiali e la sua divisa è più ordinata, meglio stirata. Fa diverse telefonate, ispezionando di continuo i nostri passaporti. Poi ci interroga rispetto ai nostri dati personali e ai nostri spostamenti, per confrontarli con le informazioni registrate sui passaporti. Fa altre telefonate, altri controlli. Infine ci fa spostare di nuovo nei pressi dei terminal e ci fa aspettare ancora. Lì ci rendiamo conto che questi problemi di passaporti sono un vero e proprio business. Altri turisti che erano sul treno con noi sono in attesa di capire quale sia il problema. A diversi cinesi, che fanno avanti e indietro per questa frontiera, hanno “dimenticato” di mettere il timbro di entrata e ora, se vogliono tornare a casa, devono “sistemare le cose”.
Non so perché, ma a noi alla fine non chiedono soldi. Fanno il loro lavoro con scrupolo, ci fanno aspettare molto (e su questo non ho nulla da obiettare, i nostri passaporti sono effettivamente rovinati), ma poi ci lasciano andare.
Tiriamo un sospiro di sollievo e ci avviamo al prossimo controllo. Anche questo è lento e scrupoloso, fatto di domande incrociate e controlli ripetuti. Ma l’atteggiamento è molto diverso, decisamente più accogliente.
Facciamo i primi passi sul suolo cinese, lungo una strada che costeggia il fiume che divide la Cina dal Vietnam. Sarà solo una suggestione, ma mi sembra che da questo lato della linea si respiri un’aria diversa. A cominciare dal fatto che non c’è nessuno ad aspettarci, a offrirci passaggi, stanze, gite organizzate… Qui di turisti se ne vedono pochi (sono sicuro che siamo gli unici due “bianchi” in città) e la gente è curiosa. Non ti assale pensando di sapere esattamente cosa cerchi per offrirtela a prezzo cheap (cioè il doppio del prezzo che un locale considererebbe onesto).
Dei ragazzini scoppiano petardi sul marciapiede lungo il fiume, le famiglie mangiano sui tavoli all’aperto dei ristoranti, uomini e donne passeggiano. Nella piazza antistante il nostro albergo una decina di persone ballano a ritmo di musica cinese, mentre ragazzi e ragazze sfrecciano sui motorini, diretti non so dove.
Sarà una suggestione, ma mi piace.
4 comments Add yours
  1. Ciao Ragazzi,
    Sono Matteo, ci siamo incontrati in quell'ostello a Kunming; ho solo adesso un po' di tempo e una camera singola per riposarmi e guardare il vostro blog. Complimenti Andrea, scrivi molto bene; ed è un piacere leggere le vostre avventure!
    Avrei fatto bene a leggere la tua descrizione dei famigerati "sleeping bus" in questo post prima di prenotare il mio viaggio da Kunming a Vientiane. 36 interminabili ore di sofferenza!!! Non 18 come pensavo; e sono finito proprio in fondo all'autobus, sul lettino più a sinistra, nel piano in basso! Io unico straniero, autista che si fermava ogni tanto a caricare pacchi e persone che dormivano nel corridoio.
    Ne sono uscito seriamente provato, disidratato e quant'altro, ma forse ne è valsa la pena: almeno so a cosa andrò in contro se intendo rifarlo… ma non lo rifarò. Sono stato in Laos 4 giorni, il tempo di fare il visto per la Cina, e sono ripartito subito per la Thailandia, ora sono a Bangkok. Raccontate della Cina in cui vi trovate in qualche nuovo post.
    un abbraccio: Buona continuazione!

    Matteo

  2. Ciao a tutti!
    apparte in piacevole ricordo dello sleeping bus, che per la mia esperienza in realta e stato favoloso in quanto mi hanno fatto prendere sto bus anche se non c erano posti (ero uno di quelli co la stuoietta) altrimenti avrei perso la bellezza di 3 aerei vorrei farvi una domanda, Io e altri due amici stiamo organizzando il prossimo viaggio in bici che prevederebbe di passare dal vietnam, laos, cambogia, thailandia, cina per poi prendere un aereo a kunming fino a dhaka ( per il fatto che non si puo lasciar eil burma via land )e poi india e cosi via fino a roma….
    il fatrto e che ora siamo in nuova zelanda (spettttttacolare) e vedevo per i visti molti richiedono di rivolgersi a l ambasciata a roma e non trovo nessun riferimento che spieghi come funziona farli su internet o alla frontiera ( quella della frontiera cosa che avevamo fatto senza problemi sia in thailandia che in cambogia ) voi avete qualche esperienza che ci possa aiutare a farci capire un po di piu al riguardo?
    spero di avere voste notizie!

    Matteo.

  3. Ciao,
    innanzitutto avete tutta la mia invidia, dato che sono tornato tristemente a casa.
    Per quanto riguarda i visti, so che è particolarmente problematico quello per l'India (un amico mi diceva che va fatto per forza in Italia, ma non ho approfondito più di tanto). Quello cinese si può fare in Vietnam nelle principali città. Noi l'abbiamo fatto ad Hanoi, ma si può fare anche a Saigon. In ogni città ci sono regole diverse e chiedono cose diverse (a noi Hanoi è sembrata la meno problematica). Cambogia e Thailandia, come dici tu, si fa alla frontiera. Quello per il Vietnam bisogna averlo prima di arrivare alla frontiera, noi l'abbiamo fatto a Phnom Penh. Il Laos non lo so. Tutte queste sono informazioni che risalgono all'estate scorsa, non so se ci siano novità.

    Quando partite? Avete un blog? Quanti con che bici viaggiate? E soprattutto, posso venire con voi?
    Scherzi a parte, mi piacerebbe seguire il vostro viaggio, fatemi sapere qualcosa.
    Buon viaggio.
    Andrea

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