Da Hekou a Kunming, the Toilet Experience

Lasciamo la desolata stazione di Hekou in tarda mattinata. Il bus scivola dentro a un’autostrada nuova di zecca: asfalto regolare, guardrail e arredi impeccabili, stazioni di servizio immacolate e deserte. Intorno a noi coltivazioni a perdita d’occhio, terra rossa e terrazzamenti.
C’è un rumore fastidioso a bordo, una specie di beep intermittente che comincia di quando in quando. Inizialmente i beep sono distanti l’uno dall’altro, ma si fanno progressivamente più frequenti, fino ad essere quasi un suono continuo, per poi scemare di nuovo e scomparire. Si tratta di un marchingegno che, oltre a perforare i timpani della gente, serve all’autista per sapere dove sono i controlli della velocità. Ma potrebbe anche farne a meno, dato che questi controlli sono ovunque.
A parte quel suono fastidioso, non mi sembra vero di viaggiare ad una velocità accettabile, su una strada dritta e priva di buche, senza sorpassi, sbandate e brusche frenate. Ma la festa dura poco, perché l’autostrada è interrotta (forse non è stata ancora completata). E allora è all’autista che non sembra vero di potersene finalmente infischiare dei controlli e lasciarsi andare a sorpassi, sbandate e inchiodate a suo piacimento.
Inizialmente passiamo attraverso una città dalle decine di semafori, tutti rossi, a distanza regolare l’uno dall’altro. Poi, appena fuori dalla zona urbana, l’asfalto viene a mancare per un po’ ed è come essere in barca. In mezzo alla tempesta. A un certo punto rimaniamo bloccati in un ingorgo, in attesa che una gru rimuova un enorme pannello pubblicitario crollato in mezzo alla strada.
Il nostro autista, va detto, è proprio uno stronzo e ce la mette tutta per rendersi antipatico. Se c’è una coda, lui sente il dovere morale di occupare l’altra corsia e sorpassare tutti. Se c’è un valido motivo per rallentare, lui accelera. Poi inchioda.
Finalmente una sosta: mi serve un bagno e sto morendo di fame. Ancora non lo so che risalirò sull’autobus con la pancia vuota e con la vescica piena, pur avendo pagato sia per il pranzo che per l’entrata al bagno. Laura non ha appetito, dice. L’ultimo tratto di strada le ha dato la nausea e preferisce rimanere a bordo.
Ad un lato dello spiazzo, delimitato da costruzioni fatiscenti e spazzatura, c’è una piccola mensa. C’è poco tempo e la gente si accalca in una coda cinese: chi si impone sugli altri viene servito per primo. Io, almeno secondo Darwin, sarei destinato all’estinzione, se non altro per il fatto che non so una parola di cinese. Decido però che voglio sopravvivere: mi piazzo davanti all’espositore e indico le due cose che mi sembrano meno disgustose. La signora dall’altro lato del banco spiaccica due cucchiaiate di cibo in un vassoio di metallo a scompartimenti (l’ultima volta che ci ho mangiato dentro è stato alla mensa dei poveri a Città del Guatemala) e mi liquida in fretta, dandomi come resto delle banconote impiastrate di salsa di soia.
Riuscirò a mandar giù solo una parte di quel cibo. In uno degli scompartimenti, quello che mi era sembrato essere pollo si è rivelato un avanzo di macelleria: ossa e articolazioni di animali vari con ben poca carne attaccata, e comunque piccante da farmi grondare di sudore. Per fortuna nell’altro scompartimento riuscirò a isolare dei brandelli di uovo e qualche pezzo di pomodoro.
Bene. Di fame non si muore per così poco. Almeno fatemi andare in bagno.
C’è una scritta di vernice azzurra su di un muro grigio: WC. All’ingresso una signora mi chiede 1¥. Pago e faccio un passo avanti, oltre il muretto che mi separa dalla soglia dei bagni. E sulla soglia rimango, pietrificato, per mezzo minuto buono. Davanti a me c’è un tale, accovacciato. Fuma una sigaretta e sembra rilassato. Sta cagando. Sotto di lui un buco pieno di merda. Cerco di capire come dovrei comportarmi: la stanza è larga circa due metri e si restringe verso il fondo. Sul lato sinistro c’è una specie di fossato di cemento, per i bisogni liquidi; sul lato destro tre piccole buche, per quelli solidi. Un odore terribile e niente muri, niente porte, niente sciacquoni. Niente di niente.
Il tipo accovacciato mi guarda. Sto facendo la figura dello scemo. Ormai sono qui, penso, ci devo almeno provare. Mi dirigo al lato sinistro e provo a fare il mio dovere. Ci provo ma non ci riesco. Tiro su la cerniera dei pantaloni ed esco di corsa, imprecando nella mia lingua. La signora all’ingresso mi guarda perplessa.
Allora mi è tornato in mente quel ragazzo di origine cinese, cresciuto nel Sultanato del Brunei. Eravamo in una strada del centro di Siem Reap, in Cambogia, coi piedi in ammollo in una vasca piena di pesci carnivori che si occupavano di ripulirci da calli e pelli morte. Era sera, intorno a noi un gran baccano di gente in giro per locali, musica e venditori. Gli avevo chiesto del suo paese d’origine, se ci fosse mai stato. Lui si era limitato a dire che in Cina aveva fatto la peggior “toilet experience” della sua vita e che ci consigliava vivamente di portarmi dietro delle pastiglie contro la diarrea. La sua fidanzata annuiva, mentre io e Laura ci guardavamo confusi. Ora so che cosa intendeva.
Ritorno alla mensa. Questa volta provo a farmi dare dei noodles e li porto a Laura, ma anche quelli sono  immangiabili: li abbandonerò su un paracarro. Infine mi guardo intorno in cerca di un angolo per fare ciò che non ho potuto fare prima, ma l’autista ha appena finito di fumare. Butta il mozzicone in una pozzanghera, si siede al posto di guida e suona il clacson: è ora di ripartire.
L’ultimo tratto del viaggio torna ad essere piacevole. Riprendiamo l’autostrada e attraversiamo la Foresta di pietra, una distesa di rocce calcaree simili a stalagmiti che danno l’impressione di essere tronchi d’albero pietrificati.
Arriviamo a Kunming prima del tramonto, ma sarà buio da un pezzo quando avremo trovato un posto per la notte, dopo ore passate a disperarci e a camminare schiacciati dal peso degli zaini. Impossibile trovare un taxi libero, e se c’è non ci capisce e preferisce trovarsi un cliente più facile. Verso le undici finiamo in un ostello che ha un solo posto letto e mi trovo ad implorare la ragazza della reception di lasciarmi dormire da qualche parte sul pavimento. Sarà magnanima abbastanza da concedermi il divano del bar, dove per tutta la notte le zanzare approfitteranno senza scrupoli del mio corpo.

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