La bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano

Si può davvero fare? Non ho ancora una risposta certa.

Eppure l’ho fatto per anni. Quando ancora non avevo la patente e i miei non ne volevano sapere di comprarmi un motorino. La mia scuola stava a dieci chilometri da casa e i miei (poveri, quanti grattacapi!) mi facevano l’abbonamento per un autobus che non prendevo. Per un po’ ci siamo fronteggiati aspramente sull’argomento, ma alla fine si sono dovuti arrendere.

Io: “Perché devo alzarmi un’ora prima, camminare mezz’ora fino alla fermata, stare schiacciato in mezzo ai truzzi*, quando posso andare in bici?”

Mia madre: “Lo dici adesso che siamo a settembre. Vedrai d’inverno che freddo! E se piove? Resti a scuola bagnato tutto il giorno?”

Io: “Ma mi bagno lo stesso per andare alla fermata!”

Mio padre: “Tu prendi il pullman.”

Io: “Ma è assurdo, ci metto di meno in bici! Vi faccio anche risparmiare!”

Mia madre: “La strada è pericolosa, piena di camion. Devi anche attraversare la Varesina.”

Io: “C’è il sottopassaggio.”

Mio padre: “Tu prendi il pullman.”

Una delle mie poche vittorie in periodo educativo. Se non altro perché i miei uscivano prima di me per andare al lavoro e non potevano esercitare un controllo diretto.

Faceva freddo, era vero. Ho passato intere giornate a lasciarmi asciugare i vestiti addosso. Quanto alla Varesina, il sottopassaggio si è rivelato il punto più pericoloso per quanto era ripido e scivoloso. E anche per il fatto che a scendere lo percorrevo usando le scale. Ma ero contento così, con gli auricolari nelle orecchie, e per quattro lunghi anni da spatentato non ho saltato un giorno (almeno per motivi legati al mezzo di trasporto…)

La bici era un’estensione del mio corpo. Pedalare era naturale e piacevole come pisciare. Avevo anche un amico che la pensava come me ed eravamo sempre in giro a fare chilometri, ma senza alcuna ambizione sportiva. Ci veniva in mente di andare da qualche parte? Ci andavamo con l’unico mezzo che avevamo a disposizione: la bicicletta.

Poi è arrivata la prima moto, la prima macchina, la scoperta di quanto più in fretta si potesse andare lontano. È arrivato anche il primo lavoro ed è diminuito il tempo libero. La bici non era più un’opzione.

Ci ho messo dieci anni buoni ad accorgermi che mi stavo perdendo qualcosa. Mi perdevo il ritmo del mio respiro. Mi perdevo gli odori dei campi al lato della strada. E le cartacce, il vento contro e il vento a favore, le smagliature nelle calze delle prostitute. Il calore dei falò nei bidoni, il primo minuto di ogni primavera, il lusso di pensare a niente.

Ora si doveva divorare lo spazio nonostante il tempo. Di corsa al lavoro. Di corsa al supermercato prima che chiuda. Di corsa dal medico, di corsa dal meccanico, di corsa in palestra a fare un po’ di corsa. E qualcuno di corsa dallo psicologo, a cercare di capire dove cazzo stesse andando sempre di corsa.

Ho deciso. Ci voglio riprovare. La bicicletta è la stessa: una mountain bike che mi ha regalato mio padre per il tredicesimo compleanno. Mi sono chiuso in garage e ne è uscita con qualche modifica: parafanghi per non bagnarmi più il culo; portapacchi e borse laterali per le zavorre della vita adulta; abbigliamento tecnico per scongiurare i dolori muscolo-scheletrici; contachilometri per monitorare le energie residue; piega manubrio e pipa regolabile per una posizione di guida ottimale.

Certo, così si è persa un po’ di leggerezza, in tutti i sensi. Ma sono passati vent’anni e non voglio prendermi in giro: le cose cambiano e per essere coerenti bisogna saper cambiare con loro.

Però il ritmo del mio respiro l’ho ritrovato, solo un po’ più affannoso. Ho ritrovato gli odori, i rumori, i presagi. Le prostitute non mi salutano più con la bonarietà di un tempo e questa è una nota amara che tradisce una certa deriva sociale: prima loro avevano trent’anni e io ero un ragazzino; adesso è il contrario.

Non è facile. A volte il tempo è davvero poco, gli impegni sono troppi per poterci stare dietro a venti all’ora. Senza contare che in certi contesti non ci si può presentare sudati fradici e col fiatone. Ma inizio a chiedermi se non sia possibile, in una certa misura, mandare tutti a farsi fottere. Voglio dire: se non è fattibile arrivare in tempo in un dato luogo, non ci vado. Farò altro, più vicino.

Non lo so ancora se si può tornare a usare la bici, ma ci sto provando. Di certo mi fa bene, nei momenti di sconforto, incrociare altra gente come me che per un motivo o per un altro pedala. Con la cravatta, con l’ombrello, con la tuta da lavoro. Ma pedala, e con un gesto semplice si prende cura di sé e del mondo in cui vive. Pedala, e manda tutti a farsi fottere.

* Negli anni novanta, in Lombardia, detto di persone vestite in modo ridicolo e convinte di essere dio. Concetto simile a quello più generale di “adolescente”.

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