Cicloturismo: se non possiamo andar lontano, almeno andiamoci piano

In garage c’è un pacco gigante. Non l’ha portato Babbo Natale, che da queste parti non si avventura volentieri. È avvolto in un telo verde, di quelli buoni per il campeggio o per metterci i cadaveri prima di sotterrarli nel bosco. Misura 125cm di lunghezza e spero proprio che il controllore non abbia con sé un metro, quando lo caricherò sul treno. La regola di Trenitalia è molto chiara in proposito: 110cm al massimo. L’ho preparato con cura, incastrando il contenuto come in una partita a tetris, proteggendo le parti metalliche con i volantini dell’Unieuro e fissandole con del nastro isolante.

Tra oggi e domani preparerò un altro pacco uguale al mio, per Laura. Lo farò di nascosto dal nostro vicino, noto ladro di biciclette al momento agli arresti domiciliari – prima che gli venga l’idea di metterci un fiocco sopra e fare un regalo al suo ricettatore.

Stazione di Barletta, 26 dicembre 2014. Laura e io scenderemo dal treno barcollanti, forse ci incastreremo nelle porte del treno coi bagagli e qualcuno ci darà una mano, mentre un altoparlante suonerà il motivetto A Natale, a Natale si può fare di più. Ci allontaneremo dalla bolgia dei ricongiungimenti familiari, troveremo un angolo tranquillo e col coltellino svizzero inizierò a tagliare il nastro da pacco. Avrò con me una piccola sacca con gli attrezzi e, pezzo dopo pezzo, rimetterò le nostre bici sulle loro ruote.

Le borse posteriori sono già pronte ai piedi del letto. L’abbigliamento tecnico è stato acquistato. La preparazione fisica… quella non era in vendita. Ma non importa: l’imperativo è muoversi con lentezza, con un occhio al mare del Gargano e l’altro all’entroterra (secondo le ultime ricerche c’è una correlazione tra la pratica del cicloturismo e lo strabismo).

Dal nostro ritorno da Pechino in poi ho avuto un ritorno di fiamma. La bicicletta, amore giovanile messo da parte per un decennio buono, è tornata alla ribalta nei miei pensieri. Ho iniziato a restaurare, assemblare, riparare, modificare. E soprattutto a pedalare. Ho avuto modo di divertirmi con la mountain bike (sempre la più emozionante), la bici da corsa, la fissa, quella classica “da passeggio”… A un mercatino dell’usato ho comprato una bicicletta da corsa degli anni settanta, l’ho rimessa in sesto e l’ho regalata a Laura. Una manovra subdola e magistrale, che mi ha permesso di invitarla nel mio mondo senza troppe parole e l’ha portata a scoprire una nuova passione.

Un colpo di pedale dopo l’altro, con la voglia di viaggiare che non passa mai, l’idea è venuta spontanea: un viaggio in bicicletta. Senza strafare, dato che siamo in dolce attesa…

Il cicloturismo: tanta sostanza e nessuna pretesa

Primo: il mezzo giusto non va mai di moda

La bicicletta può pesare anche 15kg più il bagaglio. Non importa: l’importante è che sia robusta, comoda e versatile. Non parlateci di carbonio: vogliamo l’acciaio. Le bici da turismo, etichette a parte, forse nemmeno esistono: sono spesso dei patchwork di componenti di diversa provenienza e vengono modificate dal proprietario perché calzino alla perfezione.

Secondo: la prestazione non conta, conta solo la soddisfazione

Non occorre far caso a velocità media, tempi di percorrenza e cadenza di pedalata. Conta solo sentirsi bene nel proprio corpo e nell’ambiente, tutto il resto viene da sé. Quando arrivi arrivi, e comunque ti alleni, anche se non te ne rendi conto.

Terzo: la versatilità, soprattutto mentale

Quando parti per un viaggio hai già previsto molte cose, ma sono le incognite la parte più interessante. Sei pronto a quasi tutti i tipi di fondo stradale, al mutare delle condizioni atmosferiche, ai guasti più impensati. Per quanto mi riguarda preferisco pedalare “in borghese”, così da potermi sedere al tavolo di un bar o entrare in casa di qualcuno senza camminare come un papero coi fusò. La versatilità, soprattutto mentale, è importante.

Confesso che avrei preso volentieri un aereo. Per il Canada. Ma detto così potrebbe sembrare che il cicloturismo sia un ripiego e non è del tutto vero. Allora diciamo che sarei andato in Nuova Zelanda, con la bicicletta al seguito. Ma come molti altri devo fare i conti con le ferie residue, il saldo del conto corrente e il pranzo di Natale coi parenti. Gli emblemi dell’angoscia umana, insomma. Di andare lontano non se ne parla. Così ho pensato che, se non possiamo volare alto con la destinazione, lo faremo con il mezzo di trasporto. Muoverci lentamente, con la forza delle nostre gambe e senza emettere altri fumi che quelli del nostro respiro, può essere un modo di viaggiare altrettanto ricco di piacevoli scoperte.

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