Avevo paura, ma mi faceva più paura tornare a casa – breve estratto da Funamboli sulla strada

Vi propongo un breve estratto da Funamboli sulla strada, il mio libro da poco uscito per Sensibili alle foglie. Quelle che seguono sono le parole di una ragazza che ha vissuto per molti anni in strada a Città del Guatemala. Per avere il libro potete contattarmi, chiederlo in libreria o acquistarlo sul sito di Sensibili alle foglie.

“Quando sono nata eravamo solo io e mia sorella maggiore, i miei genitori stavano ancora insieme. Mio padre lavorava, mandava avanti la famiglia, mentre mia mamma stava a casa a curare noi. Poi sono nati i miei due fratelli e mia mamma dovette mettersi a lavorare, perché i soldi non bastavano più. Mio papà non era d’accordo, perché mantenere la famiglia era il suo ruolo e aveva paura che mia mamma avrebbe trascurato la casa e che avrebbe trovato un’altra persona.
Ed è proprio ciò che è successo: lei iniziò a lavorare e conobbe un’altra persona, e quando mio papà lo scoprì iniziò a bere notte e giorno, a trascurarci. Spese tutti i risparmi che avevamo fino alla rovina. Mia mamma se ne andò e ci lasciò con lui, pur sapendo che non faceva altro che bere. Non si fece problemi: prese e se ne andò a stare con il suo nuovo compagno. Gli disse che era sola, che non aveva figli. Io avevo otto anni e da quel momento in poi fu mia sorella maggiore a prendersi cura di noi più piccoli.
Però alla fine mia sorella si stancò della situazione: era ancora minorenne e non trovava lavoro. Noi andavamo a scuola e non ce la faceva con le spese, così cercò aiuto e andammo a stare con i nonni paterni. I miei zii erano tutti senza famiglia, avevano studiato, si erano laureati e non avevano responsabilità. Così, siccome noi eravamo quattro, i nonni ci divisero tra i diversi zii: ci separarono tutti.
Dei quattro io ero la più ribelle. Gli zii con cui stavo non mi sopportavano e così mi mandarono con un’altra zia, questa volta da parte di mia mamma. Era una donna molto severa, tutti la temevano e con lei le cose andavano nel peggiore dei modi: aveva una figlia, e se sua figlia faceva qualcosa di male lei picchiava me; per qualunque cosa, era sempre colpa mia. Mi maltrattava in modo orribile, mi picchiava con quel che le capitava a tiro, tanto che mi vergognavo ad andare a scuola per i lividi che mi lasciava.
Vicino a dove studiavo c’era un lavatoio abbandonato. Lì incontravo dei ragazzi che appartenevano alle maras: loro mi chiamavano, ma io all’inizio mi limitavo a guardarli. Mi facevano paura, però mi faceva ancora più paura tornare a casa. Quando mia zia si accorse che stavo frequentando quei ragazzi mi picchiò selvaggiamente. Allora decisi di andarmene, tornai nel posto in cui vivevo prima con i miei genitori e venni a sapere che mio papà era molto malato. Così chiamai i miei fratelli, ci riunimmo tutti e quattro e insieme andammo a trovarlo. Quello stesso giorno lui stava agonizzando per la cirrosi e noi non potemmo far niente. Lo volevamo tirar su da terra, ma non ci riuscimmo perché era troppo pesante per noi. Aspettammo i soccorsi.
Quel giorno arrivò anche mia mamma. Entrò, prese le sue cose e se ne andò, senza neanche salutarci. Mio padre morì quella notte. Dopo il funerale ci separarono di nuovo e mi riportarono da mia zia, la stessa di prima, ma questa volta con me c’era anche mio fratello più piccolo. Avevo nove anni, lui ne aveva forse sei o sette e io, per proteggerlo, per non lasciarlo solo con mia zia, resistetti un altro anno e mezzo in quella casa. Poi successe una cosa che mi fece decidere di andarmene una volta per tutte…”

[Foto di Laura Pelliciari]

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