Sentirsi al sicuro – breve estratto da Funamboli sulla strada

Ecco un altro breve estratto da Funamboli sulla strada, il mio libro da poco uscito per Sensibili alle foglie. Quello che segue è uno stralcio del mio diario di viaggio. Per avere il libro potete contattarmi, chiederlo in libreria o acquistarlo sul sito di Sensibili alle foglie.

“Se cammini dietro a Carlos e lo osservi bene ti accorgi che, mentre ti parla e ti fa ridere con uno dei suoi giochi di parole, le sue dita si infilano con gesto automatico e quasi distratto nelle fessure dei telefoni pubblici alla ricerca di monete dimenticate. Il suo sguardo è in perenne movimento, sempre alla ricerca di qualcosa. Qualcosa da mangiare, da indossare, da rivendere.
Quando entri nell’ufficio dell’équipe di strada, la mattina, manca sempre qualcuno. Allora guarda sotto al tavolo e troverai Carlos che dorme. La sveglia alle sei, il bucato alle sette, la colazione alle otto e il lavoro alle nove. Così ogni marciapiede, ogni sedile di autobus, ogni pavimento è buono per chiudere gli occhi e recuperare un minuto di sonno.

Oggi Carlos è con me. Mi guida in giro per la città, mi presenta gente, mi toglie di torno i rompipalle. Però il suo sguardo mi sembra distante, è quello di chi cammina su un filo, portando sulle spalle un peso enorme. È lo sguardo di chi dubita di potercela fare.
Scendiamo dall’autobus al Trébol, luogo di snodo piuttosto affollato di mezzi urbani e interurbani, e ci dirigiamo verso il mercato.
Con l’équipe di strada siamo in esplorazione, il che significa andare in certe zone della città, diverse da quelle in cui abitualmente si lavora, alla ricerca di altri ragazzi da coinvolgere nelle attività del Movimento. Ci infiliamo nel fitto reticolo di bancarelle e dopo un paio di svolte repentine perdo l’orientamento: se mi lasciassero qui, ora, non saprei proprio come tornare a casa. Sto incollato a Carlos, un mostro di spigliatezza per me, che mi sento catapultato all’inferno: gente che si muove in fretta e mi urta di continuo, venditori che urlano e che mi chiamano per mostrarmi le loro merci, bancarelle disordinate intorno alle quali accadono cose a me incomprensibili. Presto mi abituerò, anche se mai del tutto, e smetterò di stupirmi e allarmarmi per ogni cosa. Ma per ora dipendo da Carlos, che davanti a me sembra danzare schivando persone, stringendo mani, scambiando brevi frasi al volo. Mi sembra forte, indistruttibile. Con lui mi sento al sicuro. Poi il mio accompagnatore esce dalla fila di bancarelle e si avvicina a un ragazzo sdraiato a terra, scomposto, con la schiena appoggiata al muro e la testa che gli penzola da un lato. Carlos lo osserva e con una pedata leggera sulle suole delle scarpe cerca di capire se stia dormendo. Mi guarda, mentre gli altri dell’équipe ci stanno raggiungendo. “Belle scarpe” mi dice, indicando le calzature del tipo a terra. Carlos si sfila la scarpa destra e la poggia suola contro suola a quella del tipo. “È il mio numero!” Gli altri dell’équipe ci hanno raggiunti e il Profe lo guarda di traverso. Carlos scoppia in una risata, tutti i ragazzi dell’équipe ridacchiano e si guardano tra loro con complicità. Era uno scherzo. Ovviamente.”

[Foto di Laura Pelliciari]

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