La crisi senza fame dei Millennial

Il primo ricordo che ho di mio nonno lo vede in canottiera bianca, un fazzoletto sul capo e una cazzuola in mano. Quando mi salutava, con un buffetto sulla guancia, le sue mani callose mi graffiavano la pelle. Ho imparato presto l’odore della malta e il frastuono insistente della piccola betoniera gialla che girava in cortile. Negli anni ‘60 era emigrato dalla campagna siciliana che non aveva niente. Era stato in Germania a lavorare in fabbrica, poi si era spostato al Nord Italia a lavorare in fabbrica. Sapeva quello che doveva fare: smettere di essere povero. Negli anni ‘70 aveva comprato una vecchia cascina per 7 milioni di lire e ha passato la vita a ristrutturarla: cazzuola in mano e fazzoletto in testa.

Mio padre è partito già un passo avanti: è andato a scuola fino alle medie, poi due anni di istituto professionale ed è andato a lavorare. In fabbrica. A quel tempo credo che tutta la mia famiglia fosse nell’elenco dei dipendenti dell’Alfa Romeo di Arese. Poi mio padre si è rimesso a studiare, oggi è un ingegnere, ma questa è un’altra storia.

Pure mia madre ha lavorato all’Alfa per un po’, da ragazza. Ha perso il padre per un infarto nel ‘73, quando aveva sedici anni. Dai racconti so che erano tutti a tavola quando è successo, compresa mia zia L., che aveva quattro anni. Di lui mi resta solo la calvizie e una certa indole asociale.

Mia nonna materna, anche lei, è un’emigrata. Veniva da una famiglia di contadini in provincia di Trento, un paesino tra il lago di Garda e le montagne. A quattordici anni è partita per Milano, dove ha fatto sostanzialmente “la serva per i signori” per tutta la vita.

Tutto questo per stabilire un principio: sono un privilegiato. Non mi è mai mancato niente, a parte quel paio di Nike col cuscinetto d’aria che, alle medie, mi sembrava avessero tutti tranne me. Semmai la sfiga è quella di essere nato all’inizio del declino. Parlo di me e di tutti i nati in Occidente dagli anni ‘80 in poi, i cosiddetti Millennial. Non siamo morti bambini per mancanza di cibo o medicine, non abbiamo dovuto lasciare la scuola per lavorare nei campi, non siamo stati costretti a emigrare per motivi economici gravi. Non siamo saltati su una mina mentre giocavamo a rincorrerci e non abbiamo vissuto guerre, anche se parliamo tanto e a sproposito delle guerre degli altri.

Solo una mente ottusa, però, direbbe che la crisi non c’era (dico era, visto che ne hanno più volte dichiarato la fine). Solo un imbecille (uno a caso) potrebbe commentare che tanto “i ristoranti sono pieni”. La crisi c’è stata, e per quanto mi riguarda c’è ancora. Eppure non ho fame. Vado in vacanza tutti gli anni (in campeggio, fuori stagione); posso permettermi una pizza da asporto ogni giovedì sera (margherita, le acciughe le aggiungo a casa). Sono indeciso se andare a vedere i Pearl Jam il prossimo giugno a Milano: al limite, per far quadrare i conti, dovrò rinunciare a Netflix per qualche mese.

Si può fare ‘sta vita? Beh, sì.

Tempo fa ho sentito dire che si può parlare di crisi solo quando i figli non possono avere più di quanto hanno avuto i padri. Sono d’accordo e aggiungo una cosa: nel caso dei Millennial c’è da tener conto anche delle promesse tradite. Delle aspettative che quei bambini, oggi uomini e donne, hanno sentito su di sé e verso la vita. C’è il fatto che ci troviamo a trent’anni suonati a chiederci cosa faremo da grandi e a capire che non diventeremo nulla di più di quello che siamo. Non è così grave: sono le premesse che ci fregano. Sgobbare da precari per uscire dalla povertà sarebbe molto più accettabile che farlo per non perdere ciò che avevamo dato per scontato.

Alla mia età mio nonno paterno aveva già deciso tutto, fatto quasi tutto. Mia nonna materna si barcamenava come poteva per tirare su tre figli da sola. Mio padre aveva già me e mio fratello, e il lavoro all’Alfa non gli bastava: si è iscritto alle scuole serali e ha preso il diploma. Ricordo il piccolo scrittoio nel buio del soggiorno, una lampada sempre accesa su un libro sempre aperto. Ha cambiato lavoro, passava lunghi periodi all’estero e per mesi era solo una voce disturbata nel telefono. Però era bello dire ai compagni di scuola: “Mio papà è in Australia”. La mia famiglia si affacciava timidamente ad un’altra classe sociale.

Io sono nato con una promessa nell’aria. Mi sentivo il prescelto, il cavallo su cui tutti puntavano tutto, la ragione di tutti i sacrifici del passato. Mi hanno dato una bella spinta, ma mi sono incagliato quasi subito e non so nemmeno io perché. Oggi vivo nella casa di mio nonno, guido la macchina di mia madre. Ai miei figli lascerò quello che ho avuto dai miei genitori, nulla di più. Spero nulla di meno.

Forse è questa la crisi, per noi che non abbiamo fame. È il fatto di non poter continuare l’ascesa dei nostri genitori. Non ne faccio solo un discorso economico: parlo di realizzazione dei propri progetti, della possibilità di fare della propria vita ciò che sognavamo da bambini.

Forse siamo solo disorientati. Forse non abbiamo capito che è ora di cambiare gioco, valori e obiettivi. Smetterla di inseguire altra ricchezza. Restringerci un poco: anche se ci hanno promesso il mondo, saper stare in una stanza. Giocare bene le nostre carte, che sono poche. Barricarci in difesa, smettere di comprare telefoni a rate e aspettare che cambi il vento. Trovare un nuovo equilibrio, al costo di fare un passo indietro e di deludere i nostri padri.

“Che vita vuoi far fare ai tuoi figli?” mi chiedono quando faccio discorsi come questo. È un colpo basso, ma hanno ragione. Forse non ho il diritto di mollare il colpo, di far saltare il banco solo perché sta girando male e devo stare fermo un giro (una generazione). Però tutto questo serve. Serve a capire ciò che è davvero essenziale, o quantomeno a rifletterci sopra. Ai miei figli non voglio che manchi niente, ma devono sapere che per quanto mi riguarda sono liberi. Liberi di comprare telefoni a rate e automobili che parlano da sole, se lo vorranno. Ma soprattutto sono liberi di lasciar perdere, fare scorta di acciughe e vivere alla giornata. Sarò preoccupato per loro, ma non li giudicherò male per questo. Qualunque cosa riservi il futuro, posso solo non aggiungere il carico delle mie ansie e delle mie aspettative.

[Foto di Laura Pelliciari]

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