Libri che scelgono me: Sostiene Pereira

Cosa ti dice un libro, quando ti parla? Che messaggio ti manda, dal suo angolo lontano nel tempo e nello spazio? E com’è possibile che parli proprio a te, in modo così chiaro e inequivocabile?

Pereira è un vecchio giornalista, grasso e cardiopatico. Vive solo e lavora solo, in una minuscola stanza che dovrebbe essere la redazione culturale del Lisboa, un giornale cattolico del pomeriggio. È l’estate del 1938, la seconda guerra mondiale è alle porte e la capitale portoghese è schiacciata da un caldo che toglie il fiato. Ogni giorno, rincasando dal lavoro, Pereira si ferma a parlare – ad alta voce – con il ritratto di sua moglie, morta anni addietro di tubercolosi. Le racconta la sua giornata, gli incontri che ha fatto, le sue piccole e grandi preoccupazioni. La donna gli risponde con il suo sorriso distante, che a Pereira basta per tirare avanti.

I fascismi dilagano in Europa e il Lisboa è un giornale fedele al regime. Il Paese è sotto la dittatura militare di António de Oliveira Salazar, cattolico conservatore che in quegli anni, dietro una neutralità di facciata, appoggia i regimi di estrema destra di tutta Europa, a cominciare da quella spagnola di Francisco Franco. In città succedono cose di cui non si può scrivere: pestaggi, intimidazioni, arresti di oppositori politici. Così, sul Lisboa, si pubblicano solo notizie di poco conto, che non danno fastidio a nessuno. Oppure articoli patriottici, allineati con il potere.

Pereira è un tipo mesto e apparentemente remissivo. Ha le sue idee, ma non lascia che il suo malcontento per come vanno le cose in Portogallo gli faccia commettere dei passi falsi. La sua vita fila via liscia, solitaria, priva di qualsiasi guizzo. Si occupa di cultura, dice. Non si interessa di politica, dice. Vive proiettato nel passato, nel ricordo di sua moglie e di un tempo andato; un tempo in cui, giovane studente ancora in salute, faceva lunghe nuotate nel mare di Coimbra.

Non c’è spazio per il futuro, nella vita di Pereira. Lui stesso ne è convinto, anche quando racconta al ritratto di sua moglie di aver assunto come praticante un giovane di nome Monteiro Rossi, che si rivelerà un oppositore del regime destinato a portare guai a se stesso e agli altri. E sebbene i suoi scritti siano impubblicabili, sebbene tutti gli elementi suggeriscano a Pereira di licenziarlo e starne alla larga, finirà con l’aiutarlo. Grazie all’incontro con quel giovane ingenuo e innamorato, Pereira uscirà dal suo sacco amniotico fatto di ricordi e di attesa passiva e deciderà di agire, di fare ciò che è giusto per il suo popolo e per sé stesso.

Ecco cosa dice Pereira, dal suo ufficio asfittico nella Lisbona del 1938, al figlio di un’altra epoca, nella periferia di Milano nel 2019. Dice “Fa’ qualcosa! Smetti di dormire, di stare a guardare. Di pensare che ci penserà qualcun altro a lottare per la giustizia e l’uguaglianza tra gli uomini, per il diritto di esprimersi ed essere ascoltati. Per il diritto di essere diversi, di credere o di non credere, di decidere se vivere o morire, di amare alla luce del sole. Di trovare un porto aperto in cui sbarcare, senza essere restituiti ai pescecani del deserto. Nessuno lo farà, finché forse sarà troppo tardi. Finché non toccherà a noi.”

Forse anche a me sta succedendo quello che il Dottor Cardoso, nel romanzo il medico di Pereira, chiama sostituzione dell’Io egemone. Secondo Cardoso non abbiamo una sola anima (o personalità), ma una “confederazione di anime”, una delle quali si impone sulle altre fino a che non viene spodestata, vuoi per un evento significativo, vuoi per una lenta erosione. Così Pereira, per anni mansueto, aveva in sé la personalità dormiente di un uomo pronto a combattere per un principio. Per affrontare i prepotenti della sua epoca, che non sono molto diversi da quelli che twittano odio nella nostra. Odio mascherato da lotta al buonismo, da pragmatismo, da legittima difesa. Odio, però.

Pereira sopportava i Salazaristi. Obbediva al suo direttore, evitava i guai. Così ho fatto spesso anche io, che forse ho confuso il disincanto con il disimpegno. Tra le pieghe dei social media, nei luoghi di lavoro, nei quartieri ricchi ma soprattutto in quelli poveri, è tornato a dilagare il fascismo. L’odio. Gente, giovane e vecchia, che dice Me ne frego, Padroni a casa nostra, Armi per autodifesa, La nostra terra, La nostra cultura, Il nostro Dio. C’è stato un momento in cui siamo passati da “Io non sono razzista ma” a “Io sono razzista e.” Non me ne sono nemmeno accorto quando è successo. O forse sì, ma sono rimasto a guardare. Con curiosità. Non avevo considerato, non sul serio, che quello che mi sembrava un fenomeno da osservare potesse diventare realtà quotidiana da ingoiare.

Sostiene Pereira Copertina

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