Città del Guatemala: quando si dice giungla metropolitana

In questa città distrarsi non si può, mai. Ostacoli e pericoli di ogni genere sono parte di una normalità a cui un italiano medio come me, magari un po’ buffo con il suo cappello da pescatore in testa, non è abituato. La cosa è divertente, porta con sé un gusto esotico. Fino a un certo punto.
Ogni mattina usciamo di casa come i nostri carabinieri escono dalla caserma a fine turno: lasciamo una specie di fortezza con filo spinato arrotolato intorno ad ogni possibile accesso, dal livello della strada fino al tetto. Camminiamo lungo marciapiedi disseminati di cacche di cane (ma va be’) e tombini aperti. E quando dico tombini aperti intendo proprio dire che a terra ci sono dei buchi profondissimi di varie dimensioni: a volte ti ci sta solo la gamba, altre ci potresti entrare tutto intero. Qui la gente è abituata: chiacchiera, gesticola. E’ pensierosa a volte, proprio come noi. Ma loro hanno un sensore infilato nei piedi e collegato al cervello, noi no. Anche noi chiacchieriamo, per carità. Solo che i nostri discorsi sono invasi da parole estranee, sempre le stesse due: “Buco!”, “Merda!”
E così arriviamo a destinazione, costeggiando i tantissimi negozi della zona. Qui l’esperienza dell’acquisto in un negozio è fatta di sbarre ed oscurità: alzata la serranda c’è l’inferriata, e quella non si apre mai e per nessuna ragione. Le donne impastano le tortillas, i tecnici smontano i televisori, il farmacista cerca nei suoi scaffali… ma sempre al buio della propria prigione quasi sempre senza finestre. Ci sono poi i negozi più grandi, di vestiti o di scarpe o di elettrodomestici. Quelli somigliano più ai nostri: entri, giri, c’è luce. Solo che c’è una guardia armata ogni due corsie, ogni tre lavatrici.
La presenza di persone armate in uniforme è grande e tutt’altro che rassicurante: la polizia federale, i cui uomini girano seduti sui cassoni dei pick-up, armati fino ai denti come i talebani; le guardie giurate fuori da ogni negozio che se lo possa permettere, sugli autobus, nelle portinerie; i paramilitari che, come per la polizia, chissà se ti puoi fidare. (Si sa, non ti puoi fidare.)
Dalla sede del Mojoca, ogni mattina prendiamo un bus diretto alla zona nella quale lavoreremo, ogni giorno diversa. I bus, ragazzi! Iniziamo col dire che se non sai fischiare sei fottuto, dato che quello è il segnale che si usa per prenotare la fermata. Magari dal fondo del bus, quando tra te e quel pazzo alla guida ci sono cento persone, un venditore che vende e un predicatore che predica. Inutile dire che io non so fischiare. In alternativa ho visto gente percuotere la lamiera del tetto con vigorose manate, ma ancora non mi sento pronto per una cosa del genere: è già buono, per il momento, riuscire a scampare al predicatore e al venditore. O a non cadere giù, visto che si viaggia a porte aperte.
Quando si tratta di scendere devi essere veloce: non sempre l’autista si ferma (e se sei bianco è più probabile che voglia farsi due risate mettendoti in difficoltà): a volte rallenta solo e tu devi scavalcare tutti e saltare giù senza ammazzarti. Anche qui come in Messico ci sono gli scarti automobilistici degli Stati Uniti. I chicken bus sono per la maggior parte vecchi scuolabus, troppo vecchi o troppo rotti: qui ricominciano una nuova vita.
Oggi al Tanke è passato un tipo con una sospensione per camion appoggiata alla spalla, a mo’ di mazza da baseball. Noi avevamo già finito le attività e i ragazzi si godevano il loro meritato pranzo seduti sul marciapiede. Il tale, alito alcolico e camicia vinaccia a quadri, è venuto proprio da me e Laura, non saprei dire perchè: forse gli sembravamo i meno collusi con quella marmaglia, o i più ingenui della situazione. Ci ha detto che qualche giorno prima i ragazzi lo hanno picchiato e derubato. Ci mostra il naso rotto e ci fa sapere che quel ferro l’ha portato per fargliela vedere. Gli dico solo che non mi sembra il caso, ma lui continua il suo discorso carico di irrevocabile odio. Intorno nessuno dei nostri sembra accorgersi di lui, nessuno interviene o si interessa. Non so se è vero quello che l’uomo racconta, ma è certamente possibile. Quello che è certo è che ci saranno altre botte, da una parte o dall’altra.
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  1. mi piacerebbe contattarti in qualche modo,per chiederti info, poichè ho deciso da tempo di intraprendere un viaggio in messico e guatemala. ovviamente non voglio il solito viaggio turistico e voglio conoscere davvero la gente e i luoghi.ti lascio la mia mail: ergosum1230@yahoo.it. ciao e grazie cmq……

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